Backrooms – il percorso neurale della resistenza

Regia: Kane Parsons.
Anno: 2026.
Genere: Horror.


Clark è un proprietario di uno showroom di mobili, quando nel seminterrato del suo negozio compare una porta misteriosa, la attraversa e sparisce inghiottito in una dimensione parallela, un labirinto infinito di corridoi identici, stanze vuote tappezzate di giallo e luci fluorescenti che ronzano nel silenzio.

La sua terapeuta, la dottoressa Mary Kline, inizialmente scettica di fronte alla sua ossessione, si ritrova costretta ad attraversare quella stessa soglia per cercarlo. Ma quello che troverà sarà mentalmente ed emotivamente destabilizzante.

Informazioni sul film

Esordio cinematografico del ventenne Kane Parsons, autore della webserie diventata virale su YouTube che ha trasformato le Backrooms in un fenomeno da quasi cento milioni di visualizzazioni, è il film horror più atteso del 2026.

Prodotto da A24 in collaborazione con Atomic Monster, Chernin Entertainment e 21 Laps Entertainment, distribuito in Italia da I Wonder Pictures a partire dal 27 maggio, “Backrooms” non è semplicemente la trasposizione di una leggenda di internet: è una mappa visiva dell’isolamento psichico.

La recensione di Cinepsyco

Backrooms non è un film di mostri, ma un film sulla volontà — o più precisamente sulla sua assenza.

L’orrore non risiede nelle stanze che si moltiplicano all’infinito, ma nella domanda che il film pone senza mai rispondervi esplicitamente: “cosa succede quando qualcuno fa resistenza nel voler uscire dal proprio loop mentale?”

Quel labirinto soffocante e anonimo funziona come esternalizzazione visiva di uno stato mentale preciso, quella condizione in cui la ruminazione ossessiva diventa architettura, in cui i pensieri si riproducono come stanze senza finestre e l’orientamento scompare del tutto.

Le Backrooms si articolano in livelli e più ci si addentra, più il paesaggio interiore si fa oscuro, ostile, lontano da qualsiasi punto di ritorno.

È la stessa traiettoria della dissociazione, quando ci si chiude troppo dentro se stessi la realtà non scompare all’improvviso, ma sfuma gradualmente, livello dopo livello, fino a diventare irriconoscibile.

Parsons compie un’operazione precisa e coraggiosa, unisce l’orrore fisico e sensoriale delle Backrooms — quella sensazione viscerale di smarrimento, claustrofobia e pericolo crescente — a un viaggio psicologico negli strati più fragili della mente umana. Il labirinto diventa uno stato emotivo e intorno alla verità sul limite terapeutico — che la guarigione non può essere imposta dall’esterno — costruisce tutta la sua tensione narrativa.

Backrooms è un film che non salva nessuno. È uno di quei rari horror che non punta agli spaventi facili, ma a qualcosa di più difficile. È un’esperienza sensoriale ed emotiva che continua a lavorare sotto pelle anche dopo i titoli di coda. Non è un’opera perfetta, in alcuni momenti il ritmo cede e l’ambizione concettuale supera la tenuta narrativa, ma è proprio in questi squilibri che si riconosce la firma di un autore ancora in formazione, con tutto ciò che questo comporta di acerbo ma di promettente.

E per chi si chiede dove stia virando il genere, Backrooms offre una risposta chiara: nelle mani di registi giovani come Kane Parsons, capaci di portare coraggio e freschezza concettuale, l’horror smette di essere semplicemente spaventoso per diventare qualcosa di più viscerale e profondamente psicologico.

Note positive

  • La metafora delle Backrooms come stato dissociativo è sviluppata con ottima coerenza visiva e concettuale.
  • Il rapporto tra i due protagonisti porta con sé una riflessione autentica e matura sui limiti della relazione terapeutica.

Note negative

  • Il ritmo in alcuni momenti perde tensione, rischiando di trasformare la claustrofobia in stasi.
  • Il finale, pur coerente con il progetto, potrebbe lasciare parte del pubblico con la sensazione di incompiutezza più che di sospensione consapevole.

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