Thunderbolts – Supereroi con il PTSD

Supereroi spezzati e ombre interiori dietro la maschera rassicurante della Marvel

Regia: Jake Schreier
Anno: 2025
Genere: Action, Supereroi


Dopo la caduta degli Avengers, il governo degli Stati Uniti riunisce una squadra di individui controversi e moralmente ambigui: ex nemici, antieroi e assassini, incaricati di portare a termine missioni ad alto rischio. Tra di loro ci sono Yelena Belova, il Soldato d’Inverno e l’enigmatico Sentry, la cui fragile sanità mentale minaccia di far precipitare tutto nel caos. Mentre le tensioni esplodono, ciascun membro dovrà fare i conti con i propri demoni interiori e il confine sfumato tra redenzione e distruzione.

Thunderbolts (2025) – © Marvel Studios / Disney

La recensione di CinePsyco

Thunderbolts è un film Marvel diverso dagli altri del marchio. Ci sono sempre i soliti ingredienti: il gruppo di eroi stile Avengers, i costumi attillati, i combattimenti mozzafiato. Ma Jake Schreier introduce un elemento quanto mai attuale e sentito, che dona alla pellicola un’atmosfera più cupa, intima, e perfino perturbante.

Il film parte con una leggerezza tipica delle opere Marvel, ma scivola lentamente verso qualcosa di più oscuro. Perché il vero nemico dell’opera, in fondo, non è Sentry (Lewis Pullman). È la mente stessa di ciascuno dei protagonisti: la loro gabbia, il loro incubo peggiore.

Yelena, interpretata da Florence Pugh, è forse il personaggio meglio riuscito. Credibile, profonda, sofferente. Anche fisicamente è diversa dal corpo delle eroine standardizzate: non vita stretta e petto prosperoso, ma una fisicità plausibile, costruita con evidente disciplina atletica.

Il suo personaggio non trema davanti ai proiettili. A spaventarla è il pesante nichilismo che la guida. La vita le appare priva di senso, come un contenitore vuoto. Non è spinta dall’eroismo di Steve Rogers, né dalla genialità di Iron Man o dalla spiritualità di Doctor Strange, ma da una fuga continua da quell’amara perdita di piacere nelle attività che prima la gratificavano. Lei stessa, all’inizio della sua avventura afferma con il suo marcato accento russo, merito di un buon lavoro di doppiaggio di Lucrezia Marricchi:

“Pensavo che buttarmi nel lavoro fosse… La risposta. Ma non sono concentrata e non sono felice, non ho uno scopo”.

Lo stesso villain, Sentry, ombra dell’uomo qualunque che una volta si chiamava Bob, vive una situazione di evidente disagio emotivo, una frammentazione mentale e identitaria che lo spinge a tormentare l’umanità con una densa amalgama di ombre, frutto di traumi, paure, aggressività e pulsioni autodistruttive che proiettare sul mondo intero. Come confesserà in un momento di lucidità:

“La cosa più vergognosa di tutte era pensare di poter essere qualcosa di più che… niente.”

Seppur fortemente diversi, è possibile trovare alcune analogie tra i due personaggi. Entrambi celano la loro vera personalità dietro una maschera,: quella del superuomo, nel caso di Sentry, che arriva a chiedersi:

“Perché un dio dovrebbe prendere ordini da qualcuno?”

E quella del cinismo accompagnato da un pungente sarcasmo, nel caso di Yelena.

Li accomuna anche il bisogno di riscatto per un’infanzia travagliata e per Yelena per la morte della sorella Natasha. In un certo senso, i due si muovono lungo traiettorie parallele: se Sentry incarna l’ombra che divora l’eroe, Yelena rappresenta il soldato che non riesce a diventare pienamente umano.

Forse è proprio grazie alla loro somiglianza che, nel momento più critico, è Yelena a lanciarsi per prima tra le ombre, costringendosi a guardare in faccia le proprie paure.

Thunderbolts è, in fondo, questo: un gruppo di antieroi alle prese con i propri traumi, con le proprie ferite mentali. Gli Avengers con il PTSD.

Troveranno pace solo nello scontro con la propria ombra simbolica. In questo senso, Sentry agisce come una sorta di psicanalista oscuro e moderno che mette di fronte le persona ai propri traumi. Lo scontro tra Bob e Sentry è in effetti lo scontro tra uomo e archetipo, tra sé e ombra.

Così anche Yelena Belova si libera finalmente dal trauma che l’ha perseguitata per tutta la vita:

“Il mio primo test nella stanza rossa… Anya era solo una bambina, era così piccola…”

dirà in lacrime al padre Alexei (David Harbour). Un uomo chiuso nel proprio narcisismo e nel ricordo sbiadito del suo eroico alter ego, Red Guardian, troppo cieco per vedere le ferite emotive della figlia. Tuttavia, è proprio lui a stemperare la tensione con una buona dose di comicità che alleggerisce la narrazione. Egocentrico e goffo, ha la funzione narrativa di abbassare la tensione drammatica con commenti fuori luogo e vanitosi, sopratutto riguardo il mito nostalgico di se stesso.

In conclusione, Thunderbolts, resta un prodotto d’intrattenimento figlio della Marvel-Disney, lontana da capolavori come End Game, o ad opere più autoriali come gli Spider Man di Sam Raimi.  Cerca di esplorare la frammentazione identitaria e il trauma psicologico, ma mantiene comunque la consueta patina rassicurante tipica del marchio Marvel-Disney. La sofferenza è trattata quasi un orpello estetico, un elemento di fascino per caratterizzare i personaggi più che una ferita autentica. Una forma di semplificazione emotiva che permette di commercializzare il dolore senza mai correre il rischio di disturbare davvero lo spettatore.

Lo si nota anche da una linea ricorrente in tutto il film, pronunciata numerose volte dai personaggi:

“Io sto bene”

” Va tutto bene”.

Quasi un modo per spingere via e rimuovere quel disagio interiore fingendo che non esista. La sceneggiatura cerca infatti di normalizzare il disagio: appena ci si avvicina al dolore autentico dei personaggi, il film sembra quasi sentirsi in dovere di stemperarlo e semplificarlo dietro un rassicurante “sto bene”.

Da apprezzare comunque il tentativo di introdurre una novità. Un gruppo tormentato di uomini e donne segnati dalle loro debolezze più che dai loro superpoteri. Mentre i classici supereroi fanno a gara per chi ha il superpotere più cool, i Thunderbolts lottano semplicemente per restare vivi, per dare un senso alle cose, per resistere alle proprie fragilità, quelle in cui ogni spettatore può rispecchiarsi.

Forse è questo che ci resta, alla fine: un gruppo di eroi spezzati che non combatte solo contro i nemici esterni, ma contro il buio che ognuno porta dentro di sé. E in quel buio, nonostante tutto, continuano a lottare. Come facciamo tutti.

Matteo Novi

Recensione di Matteo Novi

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