Dentro la mente di… Norman Bates -Psycho (1960) Bates Motel (2013–17)

Norman Bates è il volto innocente della tragedia umana. Non è un uomo: è la fusione inquietante di due identità opposte. In lui, l’Io ha ceduto il posto a un Noi: una coppia che abita lo stesso corpo: la madre e il figlio, in eterna simbiosi. La sofferenza lo ha plasmato e la dipendenza emotiva lo ha trasformato.

Nell’ analisi vedremo due versioni a confronto:

• Hitchcock ci presenta il protagonista di Psycho (19b0) come un enigma: Norman è un ragazzo gentile, educato, un po’ strano.

• La serie Bates Motel, ci regala uno spaccato sull’origine e evoluzione della frattura esistenziale esperita da Norman. Una madre opprimente, iperprotettiva, che nutre suo figlio dei traumi abbandonici che lei stessa ha vissuto e Io fa attraverso un cordone ombelicale mai reciso: il legame simbiotico e tossico che li tiene legati. Se un tempo Norman era contenuto nel grembo materno, ora è la madre a vivere dentro di lui. Un’inversione perversa e definitiva, che cancella ogni confine tra passato e presente, tra lui e lei.

Le origini

Nella versione del 1960 non si hanno dati certi sul passato di Norman, tranne quelli che lui stesso racconta. Nasce e cresce all’interno del Motel di famiglia, in compagnia della madre Norma e del padre. L’infanzia si spezza con la morte del padre. Da quel momento resta solo con la madre, instaurando un rapporto edipico e possessivo, forse aggravato da dinamiche di abuso psicologico o sessuale.

Ma, come dirà Norman “Un figlio non può sostituire un amante” perciò la madre troverà un nuovo compagno che andrà a vivere con loro all’interno della grande villa, dietro il motel.
L’amore esclusivo si spezza. La madre si allontana, e Norman non regge il peso di perdere lo status di oggetto d’amore principale della madre. In un momento di lucida follia, lì avvelena entrambi. E da quel momento, qualcosa in lui si spezza per sempre.

Anche se mai confermato, si può ipotizzare che l’uomo sia stato ricoverato, per un periodo più o meno lungo, all’interno di un manicomio. Intuibile dalla conversazione con Marion.
Quando la donna gli chiede se abbia mai pensato di collocare la madre anziana in “qualche posto”, Norman risponde con una frase che sembra emergere da una ferita ancora aperta. La sceneggiatura descrive così quel momento: “La freddezza che si trasforma in furia”, e poi la battuta:

“Avete mai visto l’interno di un manicomio? Risate e lacrime… e occhi crudeli che ti scrutano.”

Una risposta carica di emozione, che sembra emergere da una ferita reale, mai dichiarata apertamente.

La serie tv, invece, ci mostra nello specifico le peculiarità di quel rapporto. Il bisogno di controllo, la negazione della realtà e di come il Sé di Norman si disgrega lentamente. L’uomo, perso di fronte a un mondo che non conosce, si ancora all’identità della Madre, fondendosi completamente.

Già a partire dal nome dei due protagonisti questa meccanica è chiara. La madre, Norma, ha chiamato suo figlio Norman. Quasi a voler tracciare il destino del bambino fin dalla sua nascita: il figlio come estensione di sé stessa.

La personalità

In Psycho (1960), il personaggio di Norman è segnato da un legame ossessivo con la madre che ha bloccato il suo sviluppo emotivo e la sua identità: proprio come descritto da Freud nel suo concetto di complesso di Edipo

🔍 Complesso di Edipo:

Il complesso di Edipo è una teoria introdotta da Sigmund Freud per descrivere il desiderio inconscio che un bambino prova nei confronti del genitore del sesso opposto, unitamente a sentimenti di rivalità verso il genitore dello stesso sesso. Questo passaggio evolutivo è fondamentale per la costruzione dell’identità. In condizioni normali, il desiderio edipico viene risolto e integrato intorno ai 5/6 anni, età in cui il bambino inizia il percorso di identificazione con il genitore dello stesso sesso e l’interiorizzazione delle regole sociali e morali (il cosiddetto “Super-Io”). Nel caso di Norman Bates, questo processo si interrompe tragicamente. Cresciuto in simbiosi con una madre che lo tratta come un’estensione di sé e che non tollera l’invasione di altri affetti o desideri, Norman non riesce mai a separarsi psicologicamente da lei. Il padre è assente o morto prematuramente, e la madre diventa figura totalizzante: amata, temuta, desiderata e interiorizzata. Il risultato non è solo un Edipo irrisolto, ma una fusione patologica: l’identità di Norman si forma dentro quella della madre. Quando lei lo abbandona (scegliendo un altro uomo), il trauma è così devastante da provocare una frattura. Ucciderla equivale a “riaverla tutta per sé”. E così la conserva, simbolicamente e letteralmente, dentro di sé. Non più come madre, ma come parte della propria identità. Un destino psichico che Freud non avrebbe potuto immaginare: non l’uccisione del padre, ma l’assorbimento della madre.

La madre è il centro del suo universo e tutta l’esistenza di Norman ruota intorno a lei:
“II migliore amico di un ragazzo è sua madre”.

Nella serie tv (2013-2017), questo aspetto è ancora più curato, poiché abbiamo modo di osservare una Norma viva, in carne, ossa e traumi. Vediamo lo sviluppo e l’evoluzione, i limiti dell’amore madre-figlio che si sfocano fino a sgretolarsi completamente. Norman dorme con sua madre, spesso la veste, elemosina il suo amore come farebbe un bambino, attraverso il contatto fisico e ultimo, ma non meno importante, nessun uomo può avvicinarsi a lei, così come nessuna ragazza può avvicinarsi a Norman, nessuna lo merita, perché: “Sono tutte puttane”, nessuno potrà amarlo come sua madre lo ama.
Norman soffre di un disturbo dissociativo dell’identità.

🔍 Disturbo dissociativo della realtà:

Il disturbo dissociativo dell’identità (DID), precedentemente noto come “personalità multipla”, è un disturbo psicopatologico riconosciuto dal DSM-5, appartenente alla categoria dei disturbi dissociativi. Si caratterizza per la presenza di due o più identità o stati di personalità distinti che prendono alternativamente il controllo del comportamento. Ogni identità può avere un proprio nome, storia, tono di voce, atteggiamenti e perfino competenze diverse. Chi ne soffre può sperimentare amnesie dissociative, ovvero vuoti di memoria legati a eventi quotidiani, informazioni personali o eventi traumatici. Questa condizione è quasi sempre associata a esperienze traumatiche gravi e precoci, spesso ripetute (abusi fisici, emotivi, sessuali o trascuratezza). La dissociazione è in questi casi un meccanismo di difesa estremo: la mente, incapace di integrare il trauma, lo frammenta e lo distribuisce tra identità diverse, ognuna incaricata di contenere una parte del dolore. Nel caso di Norman Bates, la dissociazione non è solo narrativa, ma simbolica: la personalità “Madre” emerge nei momenti di stress, desiderio o minaccia, agisce con violenza, e Norman non ha memoria degli atti compiuti. Tuttavia, la rappresentazione cinematografica non rispecchia la realtà clinica: la maggior parte delle persone con DID non è violenta, e vive anzi una condizione di estrema vulnerabilità e disorganizzazione identitaria. La dissociazione, nella sua forma più estrema, è un atto di sopravvivenza: la mente divide ciò che non può sopportare. Norman non è pazzo perché “sente voci” o “si crede un’altra persona”: è un ragazzo che ha perso ogni confine tra sé e l’altro, perché nessuno gli ha insegnato dove finiva la madre… e dove cominciava lui. .

Quando lui è “Madre”, agisce allo scuro di Norman, che non ricorderà niente quando tornerà in Sé. La mente di Norman ha bisogno di questa frammentazione per sopravvivere ai continui abusi fisici, emotivi e sessuali che ha subito fin dall’infanzia: la madre diventa quindi la sua unica ancora nel mondo.

Il linguaggio del corpo

Questo aspetto è molto curato in Psycho (1960) e perfettamente rispettato in Bates Motel (2013-2017)

Quando è Norman, il suo comportamento è contenuto, timido. Spesso ha un portamento e un modo di esprimersi femminile, una presenza latente, ma costantemente presente della “Madre”.

La postura è spesso chiusa, lo sguardo ingenuo, spesso abbassato o fuggente. I suoi movimenti ricordano quelli di un adolescente impacciato: sorride con innocenza, alza le spalle, balbetta.

 Le mani tremano e spesso le intreccia tra loro per calmarsi.

Quando è nervoso manifesta esplosioni che denotano una frustrazione infantile, con gesti teatrali e voce rotta. In questi momenti di forte stress, aumentano in lui i movimenti che denotano agitazione, per esempio stringe spesso mascella, segno di un’emozione trattenuta.

È impossibile non entrare in empatia con questa figura fragile, soprattutto durante la conversazione con Marion. Lo spettatore, per un attimo, spera quasi nel riscatto romantico di una notte per un bravo ragazzo tenero ma solitario. 
E quando lei prende il sopravvento, tutto cambia:
Lo sguardo si fa fisso, vuoto. Il volto perde ogni calore umano. Come nella scena finale, in cui la personalità materna – pur ormai solo una voce nella sua mente – prende la parola, cercando di salvare sé stessa a scapito del figlio:

 “E’ doloroso che una madre debba pronunciare parole che condannino il proprio figlio ma non posso permettere che loro mi credano capace di commettere un’assassinino“…. “Non schiaccerò nemmeno quella mosca. Spero che mi stiano osservando. Così vedranno. Vedranno e sapranno. E diranno tutti ma lei non farebbe male neppure ad una mosca.”

È paradossale e straziante: l’identità materna, pur essendo ormai solo un’eco nella sua mente, cerca ancora una volta di sopravvivere… anche a costo di distruggere Norman. La fusione tra i due è così profonda ma la madre non lo protegge: lo accusa. Lo offre in sacrificio per salvare se stessa.

Norman non c’è più.

Resta l’ombra di una donna violenta e tormentata. Come se la malvagità che professava in vita continuasse a vivere anche dopo la sua morte. E si facesse spirito possedendo completamente il figlio, continuandogli a rovinare la vita.

I simboli

I simboli principali del film sono 3: gli uccelli, la tassidermia, la casa

Uccelli:

Gli uccelli popolano ogni ambiente del motel e della casa. Sono impagliati, appesi ai muri, presenti nei quadri. Come la madre, sono ovunque: osservano in silenzio, sempre vigili, come testimoni invisibili ma giudicanti tra le ombre dell’edificio.

Tassidermia:

Norman è molto abile nell’arte della tassidermia. Non un Hobby:
“Un hobby serve a far passare il tempo, non a riempirlo”
dirà a Marion.

È anche una metafora della sua psiche. La tassidermia è l’arte di fissare la morte, simulando la vita. È ciò che fa con sua madre. La fissa dentro di sé, tenendola vita. Un modo patologico di non procedere nell’elaborazione del lutto, l’incapacità di andare avanti. Norman impaglia solamente gli uccelli. Animali peculiari conosciuti per la loro leggerezza e libertà.  Esattamente ciò che lui non ha mai avuto.

La casa:

La casa di Norman è una mappa simbolica della sua mente:

Il piano terra rappresenta la parte cosciente di Norman: è dove si mostra al mondo, dove accoglie gli ospiti e interagisce con Marion e Arbogast. Qui si manifesta la sua parte più fragile, gentile, “umana”.

Il piano superiore simboleggia la parte interiore che giudica e controlla Norman, la madre. È la zona proibita, dove “vive” Norma, la sua stanza privata. Un luogo di controllo e giudizio. Qui si trova l’autorità, la colpa.

La cantina simboleggia l’inconscio profondo, il rimosso. È dove è nascosto il corpo della madre, ed è lì che avviene la completa fusione tra Norman e Norma. È buio, chiuso, irraggiungibile… fino al momento della verità.

La scala è il luogo di transizione, il passaggio tra le varie parti della psiche. Ogni salita o discesa rappresenta un cambiamento di stato mentale, uno scivolamento da Norman a Norma e viceversa.

Conclusione

La percezione che lo spettatore ha nei confronti della madre di Norman cambia molto tra le due opere.

In Psycho, la Madre viene immaginata come una donna dura, cattiva e abusante.

Invece Bates Motel ci permette, grazie ad un lungo arco narrativo concesso dal format “serie tv”, di scoprire una Norma distrutta, abusata a sua volta, capace di creare un legame empatico con lo spettatore, grazie alla visione chiara delle sue ferite emotive.

Il viaggio di Norman può essere descritto come un viaggio al contrario: non verso la crescita e l’autonomia, ma verso la regressione e la fusione. Un po’ come accade nel film “Il curioso caso di Benjamin Button”, dove il protagonista nasce anziano e ringiovanisce col tempo, fino a diventare un neonato. E poi ancora oltre, fino a scomparire, completamente assorbito dalla madre . E noi spettatori, fino all’ultimo, non sappiamo se provare orrore, pena… o compassione.

Articolo di: Ilaria Rizzelli

Matteo Novi

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