Dangerous Animals – un mondo di squali

Regia: Sean Byrne
Anno: 2025
Genere: Thriller psicologico, Survival


Zephyr, una giovane surfista, viene rapita da uno sconosciuto e trascinata sulla sua barca alla deriva nell’oceano. Ferita e isolata, scopre che il suo rapitore sta organizzando un rituale legato agli squali che circondano l’imbarcazione. In un contesto ostile e senza possibilità di fuga, Zephyr è costretta a lottare per la propria sopravvivenza.

Dangerous Animals (2024) – © Warner Bros. Pictures.
⚠️ ATTENZIONE SPOILER ⚠️
Questo articolo contiene anticipazioni su dettagli della trama del film

La recensione di CinePsyco

Questa è una storia di predatori e prede. E di come, nelle giuste condizioni, i ruoli possono facilmente invertirsi.

Un film dinamico, lineare, di puro intrattenimento ma non troppo banale. Dangerous Animals è uno shark movie atipico, in cui lo squalo non è il nemico, l’antagonista principale, ma solo un’arma. Un’altra vittima del gioco sadico di Tucker.

Ed è proprio Tucker (interpretato con ferocia da Jai Courtney) il vero fiore all’occhiello dell’opera: è lui il vero predatore. Un uomo aggredito da uno squalo in giovane età, la cui mente si è identificata in quell’aggressore, diventando lui stesso uno “squalo”. Come lo squalo regola l’equilibrio del mare, lui crede di fare lo stesso sulla terraferma. La sua “missione”, nonostante la racconti come qualcosa di superiore, quasi mistico, è solo la maschera del suo sadismo, un’illusione con cui giustifica la propria perversione.

Il rito di Tucker è preciso, metodico, ricorrente. Il rapimento della ragazza di turno, il trasporto sulla barca, la prigionia, e poi il rituale con gli squali. Con la sua immancabile telecamera, l’unico oggetto per cui prova un profondo legame e che è in grado di fargli perdere il controllo.

Attraverso di essa, Tucker controlla, domina, immortala. La videocamera diventa uno strumento che lo separa dalla realtà ma allo stesso tempo gli permette di possederla. Guarda la sua vittima direttamente attraverso l’obiettivo, trasformandola da essere umano a oggetto di consumo del suo malato intrattenimento. È lì che raggiunge l’apice del suo piacere: nella possibilità di rivederlo, riviverlo, conservarlo.

Poi il filmato viene rivisto e archiviato con cura maniacale: una ciocca di capelli della vittima, la cassetta, il tutto sistemato nella sua libreria degli orrori. E poi il ciclo ricomincia. Tucker spacchetta una nuova cassetta e qui inizia il suo rito sessuale che lo porta già a fantasticare sul suo intero progetto. È proprio in quel semplice gesto, il più innocuo tra quelli che compie, che inizia la paura, la sofferenza, l’omicidio.

Il film, è estremamente fisico: i rumori forti, i combattimenti viscerali, crudi. Il tutto esaltato dalla statura e corporatura del villain, veramente credibile tanto psicologicamente quanto fisicamente.

Contrapposta, ma non troppo, c’è Zephyr, una giovane surfista ribelle, sequestrata da Tucker e tenuta prigioniera all’interno della sua nave. Una sopravvissuta, sia nella vita che nella barca. Che, in circostanze diverse, potrebbe benissimo essere la compagna di vita del maniaco. Ma non in questa pellicola: qui rimane un animale tanto pericoloso quanto bisognoso di amore e dolcezza. Ma soprattutto capace di una voglia di vivere immensa, ricordando per molti versi l’irriducibile Aron Ralston (interpretato da James Franco) della pellicola 127 ore.

L’ambientazione, poi, è un altro tocco originale. Gli spazi chiusi e claustrofobici della barca di Tucker, luogo di detenzione della donna, si contrappongono all’immensità dell’oceano. Luogo simbolico per la protagonista, che per lei esprimeva la totale libertà e la vita. E che diventa metafora dell’isolamento, della solitudine, della morte.

Il film è una buona pellicola horror tipicamente estiva, che si lascia guardare facilmente e restituisce un villain credibile e ben scritto. Anche il gore e la violenza sono regolati al punto giusto, con un paio di scene degne di nota. Tuttavia, non è un’opera perfetta ed esprime tutta la sua fragilità in un finale poco coraggioso, incapace di assumersi le responsabilità delle proprie scelte. Evita un epilogo più simbolico o anticonformista, preferendo invece una conclusione decisamente più banale.

Dangerous Animals è il titolo perfetto per l’opera. Dove gli animali pericolosi non nuotano nel mare, ma camminano sulla terraferma come noi. Gli squali, infatti, anche nelle uccisioni mostrano tutta la loro imparzialità, al contrario degli umani. Impassibili e violenti.

Chi sono i veri Dangerous Animals?

Matteo Novi

Recensione di Matteo Novi

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