Warfare – Nessun filtro all’inferno

Regia: Ray Mendoza, Alex Garland
Anno: 2025
Genere: Guerra


Un’unità di Navy SEALs viene inviata in missione a Ramadi, in Iraq, nel 2006 con l’obiettivo di infiltrarsi in un’area residenziale urbana e presidiarla durante la notte, così da garantire il passaggio sicuro delle forze di terra previsto per il giorno successivo. La squadra, guidata dall’ufficiale Erik e composta da giovani operatori si ritroverà da un’azione pianificata in un caotico scontro a fuoco, in cui i soldati lottano non solo contro il nemico, ma anche contro la paura, il disorientamento e lo stress psicologico della guerra .

Warfare (2025) – A24

La recensione di CinePsyco

“Togli il sangue dalle vene e versaci dell’acqua al suo posto: allora sì che non ci saranno più guerre”

Lev Tolstoj

Che la coppia Garland-Mendoza funzionasse lo sapevamo già. Lo avevamo visto con l’ottimo Civil War dell’anno scorso, ed è stato più che confermato da Warfare. D’altronde, chi meglio di chi ha combattuto davvero può raccontare la crudezza e la ferocia della guerra moderna? Il film si basa infatti su una reale missione affrontata da Ray Mendoza quando faceva parte dei Navy SEALs a Ramadi, in Iraq, nel 2006. Un racconto sviluppato esclusivamente sui suoi ricordi e su quelli del resto della squadra.

La prima sequenza è memorabile. Sul televisore passa Call on Me, videoclip di musica elettronica con ragazze che ballano in costume. Dall’altro lato, giovani soldati ridono, scherzano, commentano le belle donne: esattamente ciò che coetanei non in divisa farebbero il sabato sera. Ma loro non hanno camicie o giacche alla moda: indossano armi, giubbotti antiproiettile e caschi. È un rito di buon auspicio carico di vita che precede una missione carica di morte. La musica si interrompe, la scena stacca e ci porta subito al centro dell’azione, in una via notturna, tra sabbia e silenzio.

Da quel momento in poi non ci sarà più alcuna colonna sonora. L’unica musica che accompagnerà lo spettatore saranno le urla di dolore, i colpi d’arma da fuoco, le esplosioni, i respiri affannosi. Scelta radicale che si lega al comparto audio straordinario: i suoni secchi delle armi, i fischi dei proiettili, i silenzi improvvisi e assordanti ricreano la battaglia con un realismo mai visto nel genere. È l’audio stesso a diventare colonna sonora, trasmettendo allo spettatore tensione, confusione e paura.

Il realismo è infatti l’anima del film. I SEALS, guerrieri d’élite addestrati a sopportare ogni situazione, non recitano frasi ad effetto alla “Yippie Kai Yay Mother Fuc***”, né cercano vendetta. Davanti alla morte tremano, desiderano essere ovunque tranne che lì, regrediscono a uno stato animale di pura sopravvivenza. All’inizio della missione l’organizzazione è impeccabile, ma quando i proiettili iniziano a fischiare e i compagni gridano insanguinati, ogni schema va in frantumi.

William Poultier è Erik in Warfare (2025) – A24

Un aspetto cruciale è l’attenzione agli effetti psicologici del combattimento. Durante il soccorso di un ferito, operazioni banali come applicare un tourniquet diventano impossibili a causa delle mani che tremano.

D’Pharaoh Woon-A-Ta è Ray Mendoza in Warfare (2025) – A24

Le coordinate studiate a memoria svaniscono e l’unico modo di chiedere aiuto è: “Cercate il sangue e il fumo, siamo lì”. Le mani corrono istintivamente sul corpo per assicurarsi di non essere stati colpiti, senza essersene resi conto. Lo stress estremo, l’adrenalina e il sistema nervoso in tilt possono neutralizzare un combattente tanto quanto un proiettile.

Perfetta anche la scelta del casting: William Poulter (Erik, l’ufficiale al comando), Cosmo Jarvis (Elliot Miller, cecchino e medico), D’Pharaoh Woon-A-Tai (Ray Mendoza), Joseph Quinn (Sam, sottufficiale capo) e il giovane Kit Connor (Tommy, mitragliere). Tutti attori tra i venti e i trent’anni, come voluto dallo stesso Mendoza: “Volevo ragazzi molto giovani, tra i 20 e i 30 anni, perché di solito sono quelli che combattono queste guerre”.

Warfare è tutto questo. La guerra vera, senza sconti né abbellimenti cinematografici. Fatta di corpi maciullati, grida disturbanti e cicatrici indelebili. Ma anche di noia, di attesa di tensione continua. Da spettatore non esci dalla sala euforico, fantasticando sull’essere il solito macho di turno. Esci amareggiato, scosso, con addosso il peso dello spreco di giovani vite da entrambe le parti.E così il film si chiude: in un silenzio stupido e banale.

Matteo Novi

Recensione di Matteo Novi

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