Stereo Girls (Les Immortels) – Dal walkman ai sogni infranti

Regia: Caroline Deruas Peano
Anno: 2025
Genere: Drammatico, Coming of age


Ambientato nel sud della Francia negli anni ’90, Stereo Girls segue la storia di Charlotte e Liza, due adolescenti unite dalla passione per la musica e dal sogno di fuggire a Parigi per costruirsi un futuro diverso. La loro amicizia, intensa e totalizzante, viene messa alla prova quando un evento improvviso e drammatico cambia per sempre le loro vite, costringendo Charlotte a confrontarsi da sola con le sfide dell’età adulta e con i sogni che le due avevano immaginato insieme.

⚠️ ATTENZIONE SPOILER ⚠️
Questo articolo contiene anticipazioni su dettagli della trama del film

La recensione di CinePsyco

Stereo Girls è un coming of age potente e commovente, diretto da Caroline Deruas Peano, figlio di una narrazione divisa in due, fortemente asimmetrica. Un netto cambio di tono da cui l’opera trae parte della propria potenza emotiva: infatti, il film è spaccato in due parti, ciascuna con un tono opposto all’altra, passando dalla commedia al dramma.

Il film inizia narrando la storia di due amiche, Charlotte (Léna Garrel) e Liza (Louiza Aura), che frequentano le scuole superiori nel sud della Francia degli anni ’90. Le due ragazze, entrambe diciassettenni, sono inseparabili e condividono una profonda passione per la musica.

Come tutte le teenager della loro età, le due sono spensierate e leggere, pronte ad affacciarsi nella vita adulta, ma con entrambi i piedi ancora ben piantati nell’adolescenza. Sognano un futuro musicale insieme a Parigi, nella loro band dal buffo nome “Les Culottes Sales”: un futuro da rock star in cui poter passare l’intera vita a suonare insieme, amate e riconosciute dai propri fan, sempre pronte a coprirsi le spalle a vicenda. Così sognano e fantasticano, immaginando la propria intervista in una tv famosa, vestite con pantaloni di pelle, occhiali da sole, sigarette in bocca e un’aria ribelle e “cool”.

Stereo Girls. © Carole Lambert / Windy Productions

Il film inizia così, con un tono leggero da commedia, tra battute divertenti e apprezzamenti sessuali su Monsieur Vilar (Jean-Baptiste Fonck), professore di cui Liza è infatuata. Tutta questa giovinezza non può far altro che emozionare positivamente lo spettatore: le fa ridere, sperare, identificarsi in loro, tornando con la mente alla propria infanzia, quando ognuno sognava di diventare calciatore, astronauta o pompiere, fantasticava su quell’insegnante particolarmente attraente e iniziava a fumare le prime sigarette per sentirsi più grande.

Ma la vita, tanto nel film quanto nella realtà, ci mette sempre lo zampino, e così un lutto improvviso colpisce la vita di Liza, tanto traumatico quanto inaspettato. Da qui il film diventa un’opera più riflessiva, drammatica e a tratti astratta e onirica. La spensieratezza del primo atto diventa un ricordo lontano, così come la serenità e la giovinezza per Charlotte, che si ritroverà improvvisamente adulta senza neanche rendersene conto: la frattura tipica del coming of age, il momento di crescita.

L’adolescenza diventa quindi fonte di tormenti e traumi; i sogni si scontrano con la tragedia, rimanendo intrappolati in un contesto provinciale, ricordando The Virgin Suicides di Sofia Coppola, del 1999.

Una caratteristica particolarmente interessante dell’opera è il ruolo centrale dei sogni, che siano durante la veglia o il sonno. L’attività onirica e di immaginazione, dapprima mezzo di speranza, diventa il mezzo con cui affrontare una fase critica e dolorosa come il lutto, nonché il ponte che Charlotte avrà tra il suo mondo e il mondo dei morti. È qui che la ragazza incontra ogni notte la persona cara che ha perso, è qui che parla con lei procedendo nell’elaborazione della perdita.

La fotografia di Stereo Girls si muove tra realismo e lirismo, alternando tonalità calde e morbide nelle scene di leggerezza adolescenziale a contrasti più marcati e ombre profonde nei momenti drammatici. L’uso del fuoco selettivo e della profondità di campo ridotta è particolarmente rilevante: volti, mani ed occhi emergono nitidi da uno sfondo sfocato, creando un’intimità che isola le protagoniste dal contesto e invita lo spettatore a concentrarsi sulle loro emozioni interiori. A questo si aggiungono scelte visive come slow motion, dissolvenze e split screen, che accentuano la dimensione onirica e la commistione tra realtà e memoria, trasformando la fotografia in un vero linguaggio emotivo che accompagna l’evoluzione del racconto.

Stereo Girls. © Carole Lambert / Windy Productions

Non solo le immagini risultano importanti: la musica in Stereo Girls assume un ruolo centrale, diventando non solo colonna sonora, ma vero e proprio strumento narrativo. È il linguaggio attraverso cui le protagoniste sognano la libertà e l’emancipazione, il collante della loro amicizia e il rifugio dal mondo esterno. Nei momenti di gioia, le sequenze musicali trasmettono spensieratezza e complicità, mentre dopo la tragedia la musica si trasforma in memoria e assenza, amplificando il senso di perdita. Le melodie, composte da Calypso Valois, sono inserite perfettamente nell’atmosfera evocativa e nostalgica degli anni ’90.

Altra nota positiva sono le interpretazioni delle due giovani amiche. Léna Garrel e Louiza Aura sono credibili, intense e dinamiche: riescono a far ridere, piangere e veicolare profondamente le emozioni della storia, direttamente agli spettatori in sala. Riescono a far affezionare lo spettatore alle protagoniste, cosa che per la trama (non faremo troppi spoiler) risulta fondamentale. Tuttavia, se nella prima metà del film tutto scorre molto fluidamente, nella seconda alcune scene e situazioni possono sembrare un po’ protratte, facendo perdere ritmo all’opera. Si tratta comunque di una questione personale, considerata anche la lunghezza complessiva di 80 minuti, che resta comunque entro lo standard.

In conclusione, Stereo Girls è un ottimo coming of age, in grado di suscitare emozioni potenti non solo grazie alla storia delle due giovani protagoniste, ma anche allo stile nostalgico che ci riporta agli anni ’90, fatti di walkman, denim e musica pop. Un viaggio onirico nel processo di elaborazione del lutto e nella comprensione della vita, non solo quella che fa sognare e amare, ma quella che più spesso toglie: improvvisa, imparziale, inaspettata.

Matteo Novi

Articolo di Matteo Novi

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