The ugly stepsister – l’altra faccia della fiaba

Regia: Emilie Blichfeldt
Anno: 2025
Genere: horror


Elvira, una delle sorellastre di Cenerentola, vive all’ombra della sorella e delle ambizioni della madre. Decisa a conquistare il Principe, si sottopone a una serie di crudeli operazioni estetiche che la condurranno verso una trasformazione irreversibile.

La recensione di Cinepsyco

Cosa succederebbe se The Substance incontrasse Bridgerton?

Probabilmente la risposta è The Ugly Stepsister, la nuova interpretazione della famosa fiaba dei fratelli Grimm Cenerentola, non dal punto di vista della lucente principessa Disney ma da quello della frustrata sorellastra.

Presentato in anteprima mondiale al Sundance Film Festival 2025 nella sezione Midnight e successivamente al Berlinale nella sezione Panorama, The Ugly Stepsister ha conquistato il premio come Miglior Film al Sitges Film Festival 2025 e il Silver Méliès al Neuchâtel International Fantastic Film Festival.

Sull’onda del mondo dei remake degli horror fiabeschi (conosciuto con il nome di twisted childhood universe) partita con il Winnie the Pooh – Blood and Honey del 2023, Emilie Blichfeldt firma un body horror semplice, lineare ma funzionante. Che si afferma come una delle sorprese più originali dell’anno nel panorama dell’horror europeo.

Il punto di forza non è certo l’originalità (i richiami alle due opere citate ad inizio articolo sono davvero forti), ma il potente cambio di prospettiva rispetto alla storia originale, che porta lo spettatore a identificarsi con la “brutta sorellastra” e a chiedersi, nei suoi panni, quanto sarebbe disposto a spingersi oltre pur di riuscire a sposare il “Principe Azzurro”.

Tuttavia, chi cerca in questo film un body horror grottesco ed estremamente disturbante potrebbe rimanere in parte deluso. Le scene di violenza esplicita, infatti, non sono molte (circa quattro) e non così estreme come quelle a cui altri titoli del genere ci hanno abituati.

La cosa che le rende veramente disturbanti è che non c’è nulla di fantastico o inventato. Le scene di violenta chirurgia plastica a cui Elvira si sottopone sono vere operazioni riportate nei manuali dell’epoca, quando l’anestesia era ancora lontana e l’unico elemento in grado di donare sollievo era qualche grammo di cocaina (di cui non tutti gli effetti erano ancora conosciuti) .

Non c’è nulla di esagerato o eccessivamente sanguinolento: un ago, uno scalpello… sono questi i semplici strumenti dell’efferata tortura che Elvira si autoinfliggerà.

Lea Myren riesce poi a interpretare un’ottima Elvira, schiava delle schiaccianti aspettative della madre (la matrigna cattiva, interpretata da Ane Dahl Torp ) e delle cattiverie del mondo intero, di cui neanche la dolce Agnes, conosciuta meglio come Cenerentola (interpretata da Thea Sofie Loch Næss) sarà esente.

La trasformazione che l’attrice dona al personaggio durante la pellicola non è solo fisica, ma anche emotiva e psicologica. Più Elvira si immerge nel violento abisso della trasformazione fisica, più acquista fiducia in sé stessa ma a discapito della propria salute. Fino a raggiungere il punto in cui sperimenterà veri e propri sogni a occhi aperti, simili a episodi psicotici, che riportano alla mente le visioni di grandezza e successo sperimentate da Pearl (interpretata da Mia Goth) nel film Pearl (2022)diretto da Ti West.

Le ambientazioni e i costumi ricreano perfettamente un’epoca vittoriana fatta di lusso ed eleganza, in perfetto contrasto con le motivazioni più primordiali che muovono i personaggi immersi nella contorta fiaba. Dato il genere, un paio di scene intense in più sarebbero state sicuramente apprezzate, anche se la Blichfeldt non si fa problemi a mostrarci momenti visivamente forti, anche a livello sessuale (da cui emergono dubbi sul divieto ai minori di 14 anni dei nostri cinema).

I richiami a The Substance di Coralie Fargeat sono numerosi: la fotografia colorata, la musica techno… Ma nonostante questo, il film è tutt’altro che un plagio. È piuttosto una forte dichiarazione di stima.

Come ogni fiaba che si rispetti, anche questa, seppur tematicamente oscura, ha la propria questione morale. Qual è? Il dilemma di quanto saremmo disposti a spingerci per guadagnare la tanto desiderata bellezza, spesso direttamente proporzionale al successo. La risposta è tanto semplice quanto intuitiva: l’incapacità di accettare noi stessi per quello che siamo può condurci al nostro stesso annientamento.

Matteo Novi

Articolo di Matteo Novi

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