Regia: Emilio Mercanti
Anno: 2025
Genere:cortometraggio

Phil, un impiegato solitario, si ritrova intrappolato in un loop temporale, svegliandosi ogni giorno con lo stesso orologio che ticchetta e le stesse scelte impossibili. Mentre la realtà inizia a disfarsi, è costretto a confrontarsi con due presenze inquietanti: Mary, la sua sfuggente compagna, e Daemon, una manifestazione silenziosa delle sue paure. A ogni ciclo, il confine tra memoria e illusione si confonde, rivelando una verità emotiva nascosta.
Informazioni sul film
Tic Tac è un cortometraggio della durata di 25 minuti, scritto e diretto dal regista Emilio Mercanti e girato con un approccio sperimentale e una visione autoriale. Il progetto è frutto di un crowdfunding partecipato e di una crew giovane e affiatata di Linfa Crowd. Il biglietto da visita di un giovane autore che punta in alto.
Il cortometraggio attualmente disponibile in streaming su Faba Films, all’indirizzo https://www.fabafilms.com/artist-exporter/tic-tac, ha conquistato l’Audience Choice Award 2025 di FABA FILMS e la selezione ai Robinson Film Awards International Film Festival.
Il regista ci ha inoltre gentilmente concesso un’intervista che potete leggere qui.

La recensione di Cinepsyco
“Io sono qui solo perché lui mi vuole.”
È questo il messaggio di Tic Tac: la paura è con noi perché siamo noi a tenerla, a custodirla in tutta la sua utilità e distruzione.
Ma la paura, come ogni emozione, può spingere in tre direzioni: in avanti, indietro o verso la stasi totale. È la più antica delle reazioni: attacco, fuga, congelamento. La mente razionale scompare, lasciando spazio quella più primitiva, arcaica.
È proprio nella paura che vive Phil (Riccardo Andreucci): una paura così intensa da avvolgerlo con le proprie dita oscure, come nella scena iniziale con le ombre del lampione. Una paura capace non solo di bloccare il ragazzo, ma di fermare il tempo stesso.
E quale timore può essere più grande di quello che nasce quando si passa dal badare solo a sé stessi all’avere la responsabilità di una piccola creatura innocente? La paura della genitorialità.
Nella quotidianità che si ripete come un meccanismo inceppato, la paura di Phil ha un corpo, una voce, un volto. Non viene mai nominato, ma nella sceneggiatura è indicato come il Daemon (Simone Riccioni): l’Ombra. Figura inquietante e necessaria, non è un personaggio esterno ma la proiezione di ciò che Phil nega a se stesso, la manifestazione dei desideri oscuri che la coscienza rifugge.
Daemon sussurra l’indicibile: per liberarsi dal vincolo e spezzare il loop, la persona giusta deve morire. Non è malvagità gratuita, ma la voce di una libertà estrema e terribile, quella che nasce dalla negazione dell’altro e del legame.
Mercanti non giudica, ma pone lo spettatore davanti a un’interrogazione brutale: siamo disposti ad ammettere che ciò che abbiamo costruito con le nostre mani è diventato la prigione della nostra libertà?

La coazione a ripetere di Phil lo intrappola in un loop temporale: “Io sono bloccato in questo momento qui” fino a quando non riuscirà ad assumersi la responsabilità di uccidere una parte di sé, la parte giusta, e con essa il Daemon.
Il tempo, nel film, perde la sua linearità e diventa un labirinto psicologico. L’immagine dell’orologio sciolto di Dalì (La persistenza della memoria) rappresenta perfettamente questa dimensione onirica e angosciante: il tempo non scorre, si piega, si contorce, diventa liquido e inafferrabile. Ogni ticchettio è un promemoria del dolore mai risolto, della verità rimossa che Phil deve affrontare.
È una storia di paranoia, perché è della paranoia che si nutre la paura: l’assenza di fiducia. Una sfiducia che contagia anche Mary (Linda Campana), compagna di Phil.
L’interpretazione dei due giovani attori è ottima: riescono a trasmettere la disperazione e l’angoscia della stasi in cui si trovano. Mary è dolce e bisognosa di amore, ma incapace di accorgersi dello stato del fidanzato; diventa così ambivalente agli occhi dello spettatore, amorevole in apparenza ma di fondo poco empatica, ruolo che Linda Campana interpreta con grande precisione. Illuminando con il suo talento l’oscura location del set.
Stessa cosa per Riccardo Andreucci, che in un paio di scene mostra un dolore viscerale, fatto di grida, cambi di umore e voce rotta. La sua paranoia ricorda, per certi versi, la caduta psicologica di Rose (Sosie Bacon) in Smile (regia di Parker Finn, 2022).

L’uso registico delle inquadrature è geniale: la telecamera alterna prospettive statiche (come quella del coltello) a movimenti agili che seguono gli attori, fino ai dettagli in primo piano che trasportano lo spettatore dentro la casa della coppia.
Anche il comparto sonoro è particolarmente riuscito: si passa con fluidità dalla tranquillità del brano ricorrente (che in parte ci ha ricordato il brano “Manny’s Office” della colonna sonora del videogioco d’avventura grafica del 1998, Grim Fandango di LucasArts), ai rumori forti e violenti che generano angoscia (i colpi sulla porta, lo stridio del coltello, i tonfi sul pavimento).
Il tutto può però risultare un po’ confusionario, specialmente alla prima visione (noi ne abbiamo effettuate ben sei). Alcuni elementi sembrano forzati e alcune domande restano senza risposta: perché il Daemon si qualifica come poliziotto? Chi è l’uomo a cui Phil ha prestato dei soldi? Questa parte poteva essere resa più chiara e meno criptica, concentrandosi magari su un’unica idea e tralasciando la sottotrama del prestito.
Il corto solleva domande essenziali: cosa vogliamo davvero dalla nostra vita? Siamo pronti ad accettare il peso delle responsabilità che ci legano agli altri, o preferiamo l’illusione di una libertà assoluta? E a quale prezzo?
Il film non offre risposte consolatorie, ma invita lo spettatore a interrogarsi sul significato stesso dell’esistenza, sul confine fragile tra realtà e allucinazione, tra razionalità e suggestione.
In conclusione
Tic Tac è un cortometraggio che interroga lo spettatore sulla natura del tempo e sul peso delle scelte che definiscono la nostra vita. Emilio Mercanti costruisce un racconto breve ma denso, dove il ritmo incalzante dell’orologio diventa la metafora di una vita intrappolata in un loop apparentemente senza uscita.
Un’esperienza cinematografica visiva e psicologica che risuona ben oltre i suoi venticinque minuti, e che ha il merito di affrontare un tema oggi ancora poco esplorato: il diventare padre, spesso trascurato rispetto alle difficoltà della maternità.
Note positive
Note negative
- Profondità tematica
- Interpretazioni attoriali intense
- Regia e comparto tecnico curati
- Sovraccarico di simboli e idee
- Alcuni elementi troppo criptici o forzati
Articolo di Ilaria Rizzelli
Articolo di Matteo Novi





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