Regia: Pif (Pierfrancesco Diliberto)
Sceneggiatura: Pif (Pierfrancesco Diliberto) e Michele Astori
Anno: 2026
Genere: Commedia
Arturo è un agente immobiliare palermitano che ha un solo obiettivo nella vita: non cambiare nulla. Gli bastano il calcetto con gli amici e quella sua passione viscerale per i dolci, in particolare quelli alla ricotta, ha sublimato persino il desiderio di avere qualcuno accanto. Tutto cambia quando incontra Flora, figlia (quando si dice il destino) del proprietario della pasticceria più rinomata di Palermo. Lei è donna sveglia, intraprendente e profondamente cattolica. Nel tentativo disperato di non deluderla, Arturo sceglie prima di fingersi credente e poi di intraprendere un percorso spirituale un po’ troppo estremo. Al suo fianco, un confidente d’eccezione: il Papa.
Informazioni sul film
…Che dio perdona tutti è il quarto film diretto da Pif (Pierfrancesco Diliberto), dopo gli ottimi: La mafia uccide solo d’estate, In guerra per amore e E noi come stronzi rimanemmo a guardare.
E’ tratto dal suo omonimo libro del 2018 , nato da un vero incontro tra il regista e Papa Bergoglio.
Il film uscirà nelle sale italiane il 02 aprile 2026 distribuito da PiperFilm.
La recensione di Cinepsyco
«L’unica strada che porta al paradiso sono i dolci.»
Questa battuta, apparentemente giocosa, è in realtà il motore narrativo del film.

I dolci non sono un dettaglio folkloristico, sono il punto nevralgico del desiderio di Arturo, il canale attraverso cui lui accede al piacere, all’intimità, all’altro.
C’è un retrogusto profondamente erotico nel modo in cui il cibo emerge nella storia, l’ eros come forza che spinge verso l’unione. La pasticceria è il luogo in cui Arturo incontra Flora, i dolci sono il codice condiviso che li avvicina.
Il piacere sensoriale diventa metafora di un desiderio più profondo, quello di essere visti, scelti, amati.
Il film mette in scena quella che è stata definita da Pif ‘la scomodità dell’essere cristiani’, intesa come la difficoltà di restare coerenti con gli insegnamenti religiosi non solo la domenica mattina, ma anche durante gli altri giorni della settimana.
Flora, dal canto suo, incarna una doppiezza che non è contraddizione, ma complessità: è sia sinceramente religiosa, che profondamente sensuale, entrambe le cose insieme, senza che l’una escluda l’altra, creando un mix di caratteristiche che rendono Flora un personaggio interessante e sfaccettato: non è la scontata bigotta che siamo abituati a vedere sullo schermo, ma una donna intera e stimolante.
Intrisa di gag deliziose, c’è poi la figura del Papa. Pif ha precisato che non voleva «l’amico Papa», né una figura pop e rassicurante.
Cercava qualcosa di più sofisticato e l’interpretazione di Carlos Hipólito non ha deluso, poiché non ha reso una mera imitazione, ma una restituzione delle qualità più care che Papa Francesco possedeva: la dolcezza, l’umanità e la vicinanza, quel modo speciale che aveva di mostrarsi sempre umile.
Una presenza che non conforta nel senso banale, ma eleva il singolo, perché un Papa che chiede preghiere ai fedeli restituisce a ciascuno un peso, una voce, una dignità.
Ed è qui che volevo arrivare con la domanda che non sono riuscita a fare in tempo alla conferenza stampa, ma a cui, per fortuna, alla fine hanno risposto ugualmente: cosa ha percepito Pif in Papa Francesco, cosa gli ha trasmesso, per spingere un agnostico a scrivere un romanzo e poi un film sulle contraddizioni della fede?

Il Papa nel film agisce come coscienza di Arturo, si manifesta in una dimensione quasi onirica, simbolica, più archetipica che realistica. E la risposta di Pif ha chiarito tutto: è stata proprio quella capacità di Francesco di suscitare domande, non di fornire risposte, a colpirlo.
Un uomo che dice «pregate per me» a chi è venuto a cercare conforto, stravolgendo le sacre gerarchie, ti lascia con qualcosa di irrisolvibile dentro. E l’irrisolvibile, per chi scrive, è sempre l’inizio di tutto.
Articolo di Ilaria Rizzelli
Sono Ilaria, una studentessa magistrale in Psicologia Clinica e Dinamica con una fissazione (più sana che patologica, promesso) per il modo in cui il cinema racconta la mente umana. Ho 33 anni e sono da sempre affascinata da come una scena, una battuta o uno sguardo possano dire più di mille pagine di teoria psicologica. Qui provo a fare proprio questo: unire il linguaggio della psiche a quello del grande schermo. Analisi scientifiche sì, ma senza l’aria polverosa dei manuali: preferisco raccontare i concetti attraverso storie, personaggi e dinamiche che tutti conosciamo. Mi occupo soprattutto di trauma, emozioni e relazioni complesse, quelle zone grigie dove la psicologia incontra le scelte dei registi e il cuore degli spettatori.





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