Succede ogni anno: il primo aprile è il giorno in cui la nostra razionalità viene messa alla prova dai titoli clickbait più improbabili. Quest’anno, però, la trappola tesa da Comingsoon ha colpito un nervo scoperto.
Il post recitava, senza nemmeno troppo convinzione: “Zendaya e Robert Pattinson hanno tradito i rispettivi partner durante le riprese di The Drama”.
Ammettiamolo: molti di noi, per un istante, hanno sentito un piccolo tuffo al cuore, una punta di delusione, un “non me lo sarei mai aspettato da loro”, un senso di fastidio quasi personale.
Poi, il sospiro di sollievo: era solo un Pesce d’aprile.
Quel fastidio, però, resta un dato psicologico interessante che ci porta a chiederci perché reagiamo a una notizia su due estranei come se avessero tradito la nostra migliore amica o, peggio, la nostra fiducia?
No, non siamo “matti”. Quello che abbiamo vissuto ha un nome scientifico preciso e una storia evolutiva affascinante.
L’amico immaginario (ma non troppo): l’interazione parasociale
Il concetto di Interazione Parasociale (PSI) non è nuovo, fu coniato nel 1956 dai sociologi Donald Horton e Richard Wohl per descrivere quel legame unilaterale che gli spettatori instaurano con le figure mediatiche.
È, in sostanza, una “relazione a senso unico”, noi conosciamo tutto di loro: i loro gusti, la loro storia d’amore, il modo in cui sorridono, mentre loro non sanno nemmeno che esistiamo.
Perché, allora, il nostro cervello ci “inganna” così? La risposta risiede nella nostra architettura cognitiva.
Per migliaia di anni, se vedevi un volto regolarmente e lo sentivi parlare dei suoi sentimenti, quel volto apparteneva a qualcuno del tuo clan, a una persona di cui ti potevi fidare.
Il nostro cervello “paleolitico” non ha ancora sviluppato un filtro efficace per distinguere un volto reale da uno pixelato su uno schermo. Per l’amigdala, il nostro attore preferito, è una di famiglia. Così come lo è il personaggio di un videogioco, di un film d’animazione o di un fumetto
L’effetto “Zoom” dei social media
Se negli anni ’50 il legame era mediato dalla distanza del grande schermo, oggi i social media hanno abbattuto la quarta parete con una violenza inaudita. Attraverso le storie di Instagram, entriamo nelle vite degli attori, vediamo i loro cani, leggiamo i loro sfoghi di prima mattina.

È questa prossimità digitale che trasforma l’interazione parasociale in una sorta di “intimità mediata” e così, non guardiamo più l’attore solo come un’icona distante (come accadeva per i divi del passato), ma come un pari.
Quando la vita privata di queste star viene scossa (realmente, o per finta, poco importa), il nostro sistema di attaccamento si attiva, sentiamo che l’equilibrio del nostro mondo ideale è in pericolo.
Le relazioni cinematografiche sono relazioni
Storia simile per i personaggi che gli attori interpretano all’interno dei film e soprattutto nelle serie tv. Mentre infatti il film è un “incontro folgorante” che dura poche ore, la serie tv è una vera e propria relazione a lungo termine che può arrivare fino a numerose stagioni.
Seguiamo i personaggi per anni, li vediamo evolvere, sbagliare e invecchiare con noi. Entrano fisicamente nelle nostre case e nelle nostre routine, creando un’abitudine emotiva difficile da spezzare. Sì, lo so, la morte di Ned Stark de Il Trono di Spade è ancora una ferita troppo fresca per essere superata, e ti sfido a dirmi che non hai pianto di disperazione quando la mazza di Negan colpisce a morte Glenn in The Walking Dead.
La caduta dell’archetipo: psicologia del tradimento celebre
Perché la fake news su Pattinson e Zendaya ha fatto male? Non è solo curiosità morbosa, poiché entrambi incarnano, nell’immaginario collettivo attuale, dei modelli di “integrità” e di amore romantico moderno.
In psicologia, spesso utilizziamo le celebrità come contenitori proiettivi.
In altre parole, proiettiamo su di loro i nostri ideali di fedeltà, successo e stabilità.
Se loro tradiscono, è come se la possibilità stessa di un amore fedele venisse minata nel mondo reale, è una forma di dissonanza cognitiva: non riusciamo a conciliare l’immagine positiva che abbiamo costruito di loro con l’azione immorale riportata dalla notizia.
I personaggi e gli attori non sono la stessa cosa
Diciamocelo, alla fine l’attore sta solo recitando delle battute scritte da altri. Non ha responsabilità su chi sono, cosa fanno o cosa gli succede.
È lì, con il suo bel viso, il suo charme e il suo costume, a recitare la storia di una persona che non esiste (o sì, nel caso dei biopic, ma comunque non è lui).
E questo è abbastanza chiaro, lo sappiamo bene.
Ma il nostro cervello non ci sta. Fatica a separare il volto dall’eroe che interpreta. È per questo che, da un lato, quando l’attore reale si rivela imperfetto, noioso o semplicemente diverso dalle nostre aspettative, rimaniamo delusi; dall’altro lato, viviamo i drammi della finzione come se fossero veri, arrivando a provare un lutto reale quando il nostro personaggio preferito di Stranger Things passa a miglior vita.
In entrambi i casi, la “colpa” è di una scrittura ed una recitazione talmente ben fatte da aver hackerato le nostre emozioni.
Un caso tanto iconico quanto assurdo è quanto accaduto a Jack Gleeson, il crudele Joffrey Baratheon de “Il trono di spade”. L’attore stesso ha dichiarato che il suo personaggio aveva suscitato tanto odio nei fan della serie da fargli guadagnare una moltitudine di Haters.

E se ci pensate farsi insultare costantemente perché il finto re che hai interpretato in una finta storia, ambientata in un finto mondo, ha tagliato qualche testa… è abbastanza inquietante.
Eppure, così come ci sono i personaggi interessanti e ben scritti, ci sono anche i personaggi piatti e insignificanti, del cui esito finale non ci interessa nulla. Questo processo lo possiamo vedere bene nei film horror slasher, dove i personaggi spesso vengono volutamente costruiti in maniera piatta, perché non dobbiamo affezionarci a loro, ma intrattenerci nel vederli tagliuzzati dal killer mascherato di turno (che poi è il vero protagonista).
Ogni buon personaggio deve avere una debolezza o un bisogno psicologico/morale all’inizio della storia. Non deve essere perfetto, anzi, deve avere un difetto profondo che gli rovina la vita. Il pubblico, infatti, non si affeziona alla perfezione, ma alla lotta per superare i propri limiti. Così noi vediamo i personaggi affrontare traumi, dipendenze o paure che spesso rispecchiano le nostre e ci identifichiamo con loro.
Una delle regole d’oro della sceneggiatura, infatti, dice proprio che un buon film può avere un finale aperto o addirittura fallimentare per il protagonista. Ma la cosa essenziale è chiudere il suo arco di trasformazione interno.
L’esempio perfetto di questo patto tra spettatore e personaggio è Inception di Christopher Nolan. Nel finale la trottola gira sul tavolo, lasciandoci nel dubbio se il protagonista, Cobb, sia tornato nel mondo reale o sia ancora intrappolato in un sogno. Ma questo non è importante: Cobb ha fatto pace con i suoi demoni interiori per la morte della moglie? Questa è la vera domanda. E quando l’uomo sceglie di allontanarsi per andare ad abbracciare i suoi bambini, l’arco interiore del personaggio si chiude perfettamente.

Conclusione: restare umani nell’iper-connesso
Quindi, dobbiamo vergognarci se ci siamo rimasti male per lo scherzo di Comingsoon? Assolutamente no. Quella reazione è la prova della nostra capacità di empatia e della nostra natura profondamente sociale, siamo creature programmate per connetterci. Il segreto sta nel mantenere la consapevolezza: godiamoci il viaggio emotivo che il cinema e le sue star ci offrono, ma ricordiamoci che la delusione che proviamo parla più di noi e dei nostri bisogni che della vita reale di chi sta dall’altra parte dello schermo.
In fondo, se un Pesce d’aprile riesce a farci arrabbiare, significa che abbiamo ancora una gran voglia di credere nelle belle storie…anche se, la prossima volta, forse è meglio controllare il calendario prima di preparare i fazzoletti.
Articolo di Matteo Novi
Sono Matteo, appassionato di cinema da quando Massimo Decimo Meridio era comandante dell’esercito del Nord e generale delle legioni Felix. Si lo so, non è storicamente accurato, ma continua ad essere il mio film preferito. Ho 27 anni e sono originario di Roma anche se mi sono trasferito anni fà e ora vivo ai confini della penisola. Scrivo recensioni e analisi con grande foga e mi gaso quando le reputo ben riuscite. Tratto con piacere diversi generi ma ho una passione particolare per il genere horror colpa di Rob Zombie, che mi ha insegnato che a volte il cinema sa essere folle e irresistibile… un po’ come lui. Scrivo analisi contorte su film tirando in mezzo mitologia, psicologia, religione, per poi alla fine rileggerle tutto soddisfatto e pensare:”probabilmente dovrei farmi vedere io da uno bravo, ma intanto eccoci qui.” Non prendetemi troppo sul serio: a volte esagero, a volte mi perdo nei meandri di me stesso… ma se siete ancora qui a leggere, probabilmente anche voi non siete messi benissimo !
Articolo di Ilaria Rizzelli
Sono Ilaria, una studentessa magistrale in Psicologia Clinica e Dinamica con una fissazione (più sana che patologica, promesso) per il modo in cui il cinema racconta la mente umana. Ho 33 anni e sono da sempre affascinata da come una scena, una battuta o uno sguardo possano dire più di mille pagine di teoria psicologica. Qui provo a fare proprio questo: unire il linguaggio della psiche a quello del grande schermo. Analisi scientifiche sì, ma senza l’aria polverosa dei manuali: preferisco raccontare i concetti attraverso storie, personaggi e dinamiche che tutti conosciamo. Mi occupo soprattutto di trauma, emozioni e relazioni complesse, quelle zone grigie dove la psicologia incontra le scelte dei registi e il cuore degli spettatori.




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