Regia: Julia Loktev e Anna Memzer.
Anno: 2025.
Genere: documentario.
Julia Loktev, regista americana cresciuta nell’Unione Sovietica, torna a Mosca nel 2021 e insieme alla co-regista nonché una delle protagoniste, Anna Nemzer, racconta il quotidiano delle sue amiche giornaliste di TV Rain, l’ultimo canale televisivo indipendente russo. Mesi dopo sarebbe arrivata l’invasione dell’Ucraina e la loro vita affronterà l’ennesima sterzata.
Informazioni sul film
Presentato al New York Film Festival in anteprima mondiale e vincitore dei Critics Choice Award, “I miei amici indesiderati” è un documentario che non assomiglia a nessun altro visto di recente.
“I miei amici indesiderati: Parte I – L’ultima trasmissione da Mosca” sarà disponibile in esclusiva globale su Mubi dal 3 aprile 2026, ad esclusione di Russia e Bielorussia.
La seconda parte, “I miei amici indesiderati: Parte II – L’esilio” uscirà sempre su Mubi nell’arco di quest’anno.
La recensione di Cinepsyco
Quattro donne, quattro modi diversi di tenere aperta una porta mentre qualcuno, dall’altro lato, spinge per chiuderla.
Anna conduce il suo talk show mentre protegge la figlia dall’assurdità del regime.
Sonya registra il suo podcast dal tavolo della cucina.
Ksyusha monta servizi ossessivamente per non pensare al fidanzato in prigione.
Alesya nasconde la sua relazione con una ragazza alla madre tradizionalista, mentre teme di essere spiata nel suo ufficio.

Il regime non arriva con i carri armati nelle loro vite quotidiane bensì con un’etichetta — Agente Straniero — diventando una riscrittura della loro identità.
Chi viene etichettato così è obbligato a presentarsi come tale in ogni contesto pubblico o virtuale, come se fosse diventato il proprio nome. Un marchio che precede qualsiasi parola tu voglia dire, con l’intenzione di svuotare in anticipo tutto quello che dirai.
E poi c’è quello che non si vede dall’esterno, cosa succede dentro quando il tuo paese decide che le tue idee sono un pericolo a livello nazionale. Quando lo Stato ti guarda e ti dice che esistere come sei, pensare come pensi, è una minaccia.
C’è qualcosa di profondamente destabilizzante nell’essere ridefinita dall’esterno, quando la tua identità diventa un campo di battaglia contro la tua volontà.
Per capire la politica di un paese non bisogna guardare come tratta la maggioranza, bisogna guardare cosa fa a chi decide di mettere all’angolo.
Le minoranze — di pensiero, di orientamento, di coscienza — sono il termometro. Un regime non ha bisogno di schiacciare tutti, gli basta far sentire sole le persone che schiaccia davvero e convincere il resto della popolazione che quella solitudine se la siano cercata. E qui il termometro segna qualcosa di inequivocabile.
Loktev non spiega niente. Non ci sono grafiche, non c’è voce fuori campo, la telecamera — un iPhone per l’esattezza — sta dentro le stanze, non le osserva da fuori. I
l film dura cinque ore divise in cinque capitoli e quella durata è una posizione etica, ci mette nella stessa condizione delle protagoniste, nell’attesa e nell’incertezza quotidiana.
Il film documenta il momento in cui la resistenza interna diventa impossibile, quando l’ultimo spazio di informazione libera viene chiuso e l’esilio smette di essere una scelta per diventare l’unica opzione rimasta.
Quello che rimane, alla fine, è una strana forma di vertigine. Stiamo guardato qualcosa mentre accade senza che nessuno sapesse ancora cosa sarebbe diventato, ma scoprendolo con loro.
Queste donne portano il peso di quello che vivono senza esibirlo, senza chiedere niente a chi le guarda, se non un po’ di spazio per la storia che vogliono raccontare.

Rimane quindi una domanda a fine documentario: cosa avrei fatto io, in quelle stanze, in quel momento?
Loktev non ci da risposte e non è il suo compito. Il suo compito era esserci, con le sue amiche, con le sue riprese, con tutta l’incertezza del presente. E l’ha fatto.
Note positive
- Il film ritrae donne intere, stanche, ironiche, vive. Non eroine, persone normalissime.
- La forma visiva, povera e ravvicinata, è perfettamente coerente con quello che racconta, niente è costruito, si parla di reale quotidianità.i.
Note negative
- Cinque ore richiedono un investimento reale. Chi cerca una narrazione con una traiettoria netta potrebbe perdere il filo.
- Il film non contestualizza quasi nulla. Senza una conoscenza di base della Russia degli ultimi anni, alcune dinamiche restano opache.
Articolo di Monica Loiodice





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