Il Driver è un uomo di ghiaccio, che vive la sua vita a cavallo tra criminalità e legalità. Tra le sue professioni, autista per le rapine e lo stuntman per il cinema, unite da un solo elemento: la guida.
Ma per lui non è una passione, né una vocazione. È una modalità esistenziale. Non lo si vede ardere di gioia o fremere di impeto. L’auto non è un mezzo, è una parte del suo corpo, come per un centauro le gambe equine.
I suoi gesti sono rituali: lo stuzzicadenti tra le labbra, i guanti in pelle, l’orologio legato al volante.
E poi, la voce calma, controllata, diretta:
“Una volta sul posto ti do cinque minuti, qualunque cosa accada in quei cinque minuti ci penso io.
Ma ti avverto: qualunque cosa accada un minuto dopo, te la cavi da solo”.
Questi sono i termini dell’accordo che l’autista impone, niente dettagli superflui. Prendere o lasciare.

Le origini
Sulle origini del personaggio non sappiamo nulla.
Nessun nome. Nessun passato. Nessuna famiglia.
Nella sceneggiatura viene indicato semplicemente come “Driver” (guidatore).
Privato di un background narrativo, il personaggio assume caratteristiche più simili a un simbolo universale che un individuo concreto: il modello dell’eroe solitario notturno, il cavaliere errante metropolitano che salva ma non può essere salvato.
Eppure, in questo vuoto, noi spettatori proiettiamo i nostri interrogativi:
“Perché si comporta così?”
“Forse è stato ferito.”
“Forse scappa da qualcosa.”
Se volessimo immaginare una sua storia (ipotesi del tutto arbitraria), potremmo pensare a un’infanzia fredda, priva di carezze, con una madre fredda, evitante o addirittura senza una famiglia stabile. Un’infanzia in cui l’unico modo per non soffrire era diventare invisibile.
Forse, da bambino, ha vissuto in un mondo caotico e imprevedibile. Ecco perchè il suo ambiente preferito diventa l’auto. Un luogo dove tiene tutto sotto controllo al millimetro. La strada, il tempo: sono gli unici spazi in cui il caos non può raggiungerlo.
Tuttavia, non bisogna fare l’errore di considerarlo un uomo privo di empatia. In più occasioni mostra una sorprendente capacità di affetto: si vede nei gesti verso il bambino e Irene, e lo si intuisce nella disponibilità a rischiare la vita per altri.
Questo fa pensare che, nell’infanzia, qualcuno, anche solo per un breve periodo, lo abbia amato abbastanza da lasciargli il desiderio segreto di connessione.
Lo sì intuisce anche nel rapporto che lo unisce con Shannon. Un uomo, con un forte sentimento paterno, spinge il Driver a una vita migliore, più onesta.
“Aspetta! Siete vicini di casa, può accompagnarvi lui. È un bravo ragazzo”
dice Shannon, cercando per lui un futuro diverso, forse un amore, forse una redenzione.
Parte del fascino del Driver sta proprio in questo: essere una tela parzialmente bianca. Pertanto le ipotesi sulla sua infanzia restano un’opinione personale, mai confermata.
La personalità
Il Driver si muove tra due poli opposti: freddezza e brutalità, protezione e distruzione.
Si potrebbe dire che la violenza sia il carburante che lo spinge ad agire, diventando una furia contro chi minaccia le persone che ama. Una volta rotta la coltre di ghiaccio dietro cui si nasconde, diventa un vulcano in eruzione, un angelo vendicativo pronto a distruggere senza esitazioni.
Da un lato, è capace di gesti di cura e tenerezza quasi infantile, come gli sguardi che rivolge ad Irene che chiedono quasi di essere salvato da sé stesso. Dall’altro, quando percepisce una minaccia, la sua risposta è totale e brutale.
La scena più iconica e spaventosa che descrive questa natura dicotomica è quella dell’ascensore.
Dentro quell’ascensore assistiamo a tutta la sua dolcezza e alla sua ferocia senza filtri: l’uomo si volta verso Irene, la guarda negli occhi e la bacia con calma assoluta. Poi, senza dire una parola, si volta di scatto e colpisce l’aggressore con violenza esplosiva. Lo scaraventa a terra e gli fracassa la testa con il piede, fino a ridurla a poltiglia.
Prima un gesto di pura intimità, un bacio che sembra un addio, poi la furia cieca che polverizza ogni maschera di umanità. E in quell’istante, Irene comprende che l’uomo gentile che credeva di conoscere è anche un feroce predatore.
Il Driver è anche questo: una mano che accarezza e una che uccide.
Non è un automa. E la tenerezza che prova per Irene e il bambino rivela che sotto la corazza resta un bisogno umano di legame e di riconoscimento.
Un altro tratto rivelatore del Driver è il suo disprezzo viscerale per il sottobosco criminale. Pur facendo parte di quel mondo (l’autista durante le rapine) mostra una profonda repulsione verso coloro che lo popolano. Lo vediamo chiaramente nella scena del bar: un individuo ambiguo si avvicina al Driver, seduto al bancone, e gli dice:
“Tu sei l’amico di Shannon. Ci siamo conosciuti l’anno scorso. Ti ricordi di me e di mio fratello ad Havana Springs? La volta dopo abbiamo cambiato autista. Io ho passato sei mesi dentro, e mio fratello si è fatto ammazzare.”
Un tono apparentemente amichevole, quasi un complimento: “Sei il miglior pilota che abbiamo mai avuto.”
Ma la risposta del Driver è gelida e micidiale:
“Ti do un consiglio: chiudi quella bocca o ti stacco i denti a calci e te la chiudo io per sempre.”
Il respiro resta regolare, la voce bassa e lenta, intrisa di minaccia contenuta, come il sibilo di un serpente a sonagli prima dell’attacco.
Questo atteggiamento lascia emergere un forte senso di giustizia interiore: il Driver non è un criminale per vocazione, e sembra agire più per necessità che per appartenenza.
Per lui la violenza non è mai un mezzo, non è mai strumentale (se non per difendere), ma sempre qualcosa di intimo e personale, che si identifica anche negli strumenti di morte che utilizza.
Infatti il Driver in tutto il film sparerà solamente un colpo d’arma da fuoco. Lui non usa pistole: la sua aggressività è fisica, viscerale, quasi animale. Martelli, calci, coltelli. Come un predatore, deve agire a contatto “mordendo e dilaniando” simbolicamente la sua vittima.
Il linguaggio del corpo
Il linguaggio del corpo è il suo principale mezzo di espressione.
Un uomo che comunica in modo più efficace attraverso sguardi, posture e gesti, piuttosto che con le parole. (nel film ha solamente 116 battute per dare un’idea meno di 5 minuti di dialogo complessivo su un totale di 100 minuti di film).
La sua postura è sempre composta, a tratti rigida: raramente lo si vede piegarsi o lasciarsi andare a un movimento rilassato.
Le mani svolgono rituali ripetitivi e meticolosi: infilare i guanti in pelle, accarezzare lentamente il volante. Gesti che lo rassicurano, rituali per sentirsi in controllo.
La sua faccia è una maschera di ghiaccio che a tratti si incrina, lasciando intravedere una malinconia disperata e una violenza che non sa più contenere.
Lo sguardo è fisso, calcolatore, osserva l’altro come un predatore studia la preda. Solo nelle poche scene con Irene e il bambino, appaiono sfumature di tenerezza: qualche sorriso, uno sguardo che si ammorbidisce, le risate con il piccolo Benicio davanti ai cartoni animati .
I simboli
Il simbolo chiave della pellicola, alter-ego del protagonista, è lo scorpione ricamato sul retro della sua giacca bianca. Animale a sangue freddo, solitario e silenzioso che, come il protagonista, reagisce con violenza improvvisa quando minacciato.
Come ha confermato il regista Nicolas Winding Refn, la giacca si ispira alla favola della rana e dello scorpione:
“Lo scorpione chiede alla rana di portarlo sull’altra sponda del fiume. La rana è diffidente, teme di essere punta, ma lo scorpione promette di non farlo. A metà del tragitto, però, lo punge comunque, condannando entrambi a morire. Quando la rana chiede perché, lo scorpione risponde: <<Non posso farci nulla, è la mia natura>>.”
Questo è il senso del Driver: un uomo che non può sottrarsi alla propria natura violenta, anche quando cerca di fare la cosa giusta.
Conclusione
Il Driver è un personaggio che sfugge a ogni definizione semplice.
Non è un personaggio da leggere in termini clinici ma mostra lievi tratti di personalità antisociale e rituali ossessivi-compulsivi. Allo stesso tempo in alcune scene mostra una tenerezza quasi infantile:
“Ho pensato che potresti portarlo via di qui. Io potrei venire con voi. Potrei occuparmi di voi”
dirà ad Irene in un momento di forte tenerezza.
E’ un fantasma notturno che attraversa le strade di Los Angeles senza lasciare tracce e forse non esiste davvero un futuro per chi sceglie di diventare un’ombra tra le luci della città.
Eppure, è proprio questo silenzio, questa ambiguità, che lo rende così affascinante: un archetipo contemporaneo di solitudine e giustizia.
Come lo scorpione sulla sua giacca, non può sfuggire alla propria natura. Non importa quanto provi a cambiare, a proteggere, ad amare: quando il momento arriva, sa di dover diventare ciò che è sempre stato.
E forse la vera tragedia del Driver è tutta qui, avrebbe potuto fuggire. Avrebbe potuto salvare solo sé stesso. E invece resta. Combatte. Protegge. Accetta la sua natura violenta. Dimostrando con quella scelta silenziosa, che c’è più amore di quanto riesca a esprimere a parole.
E in quel momento, per Irene… per noi spettatori… il Driver non è solo un uomo tormentato. È qualcosa di più.
“A real human being. And a real hero.”
(Un essere umano vero. E un vero eroe.)
🎧 A Real Hero – College & Electric Youth
“A real human being
And a real hero” – College & Electric Youth
Recensione di Matteo Novi










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