The Substance (2024) di Coralie Fargeat non è semplicemente un film body horror, è un’autopsia spietata della società contemporanea e delle sue ossessioni estetiche. Attraverso la tragica parabola di Elisabeth Sparkle, il film esplora le profondità più oscure della psiche femminile intrappolata nella tirannia della bellezza, ma anche il ruolo devastante che la mascolinità tossica gioca in questa dinamica autodistruttiva.

Le origini
Elisabeth Sparkle, interpretata magistralmente da Demi Moore, incarna il dramma esistenziale di una generazione di donne cresciute nell’idea che il loro valore sia indissolubilmente legato all’aspetto fisico. A 50 anni, questa star del fitness televisivo si trova catapultata in un abisso di invisibilità sociale quando viene licenziata per essere ormai “troppo vecchia”.
La sua reazione non è solo professionale, ma esistenziale: senza l’approvazione del pubblico e senza la giovinezza come valuta sociale, chi è Elisabeth?
Il personaggio presenta tutti i sintomi di una grave dismorfia dell’immagine corporea, un disturbo che distorce la percezione di sé fino a rendere invisibili le qualità positive e amplificare ogni minimo difetto. Le scene allo specchio diventano sedute di tortura psicologica autoinflitta, momenti in cui Elisabeth non vede una donna normale di mezza età, ma un accumulo di imperfezioni che la fanno sentire un fallimento come essere umano.
La Personalità
Scissione dell’Identità: Elisabeth vs Sue
“The Substance” è la rappresentazione cinematografica tra le più crude, quando si parla di scissione dell’identità, scissione che non è solo metafora, ma anche fisica.
Sue, la versione giovane interpretata da Margaret Qualley, non è semplicemente un alter ego: è la materializzazione di tutti i desideri repressi e le aspettative sociali interiorizzate da Elisabeth. Questa dualità rappresenta il conflitto interno che molte donne vivono quotidianamente tra l’accettazione del proprio sé autentico e l’inseguimento di standard estetici impossibili.
La relazione tra Elisabeth e Sue diventa progressivamente tossica, riflettendo l’autodistruzione psicologica che caratterizza i disturbi dell’immagine corporea. Ogni momento di successo di Sue è vissuto da Elisabeth come una conferma del proprio fallimento, alimentando un ciclo di odio verso se stessa che culminerà nella trasformazione mostruosa finale.

Il linguaggio del corpo
Il linguaggio corporeo di Elisabeth racconta una storia di guerra interna. I suoi gesti compulsivi davanti allo specchio, la ricerca ossessiva di imperfezioni, l’evitamento del proprio riflesso rappresentano i rituali di controllo tipici di chi soffre di disturbi dell’immagine corporea.
La trasformazione fisica progressiva, dal deterioramento alla mostruosità, non è solo horror visivo, ma la metafora perfetta dell’autodistruzione psicologica.
Quando Elisabeth inizia a mutare, il suo corpo diventa l’espressione fisica della sua psiche che si deteriora. Ogni deformazione rappresenta un trauma interiorizzato, ogni mostruosità è il risultato dell’incapacità di accettare la propria umanità. I
l messaggio è chiaro: quando rifiutiamo parti fondamentali di noi stessi, rischiamo di perdere completamente la nostra essenza.

I simboli
The Substance è, inoltre, ricco di simbolismi che amplificano il messaggio psicologico.La sostanza stessa rappresenta la società del consumo che promette soluzioni chimiche a problemi esistenziali profondi mentre Sue incarna l’idealizzazione tossica della giovinezza.
La trasformazione mostruosa finale di Elisabeth è forse il simbolo più potente: rappresenta cosa accade quando la negazione di sé raggiunge il punto di rottura. Il mostro finale non è un effetto speciale gratuito, ma la conseguenza logica dell’autodistruzione psicologica portata alle sue estreme conseguenze. Il film ritrae dunque l’industria dell’intrattenimento come un sistema cannibale che divora le sue vittime e le scarta quando non sono più “utilizzabili”.
Questo ambiente amplifica le insicurezze esistenti e ne crea di nuove, alimentando un ciclo perpetuo di inadeguatezza. Il pubblico televisivo diventa l’incarnazione del giudizio sociale, una massa anonima che applaude la giovinezza e punisce l’invecchiamento con l’indifferenza.
Gli uomini in The Substance incarnano i meccanismi di questo sistema. Coralie Fargeat costruisce un panorama maschile che oscilla tra l’oggettificazione predatoria e l’indifferenza disumana, creando un ritratto devastante di come la mascolinità tossica contribuisca alla crisi identitaria femminile.
Harvey, il produttore televisivo interpretato da Dennis Quaid, è l’incarnazione più evidente del potere maschile che mercifica il corpo femminile. La sua decisione di licenziare Elisabeth non nasce da considerazioni artistiche o professionali, ma dal calcolo spietato di un’industria che considera le donne come prodotti con una data di scadenza.

I suoi atteggiamenti, dal modo in cui mangia (rumorosamente, senza eleganza, diciamolo pure, in modo disgustoso) al linguaggio corporeo dominante, comunicano un disprezzo sottile ma costante per tutto ciò che non soddisfa i suoi standard estetici.
La rappresentazione degli uomini nel film rivela una mascolinità caratterizzata dall’incapacità di vedere le donne come esseri umani complessi. Sono mostrati come consumatori passivi di bellezza femminile, giudici implacabili che attribuiscono valore alle donne esclusivamente in base all’aspetto fisico. Questa dinamica crea un circolo vizioso: gli uomini perpetuano standard impossibili, le donne interiorizzano questi standard e si autodistruggono nel tentativo di soddisfarli.
Conclusioni
La Lezione Finale: Accettazione o Annientamento
Il messaggio finale di The Substance è tanto semplice quanto devastante: l’autoaccettazione è l’unica alternativa all’autodistruzione.
La frase “Ricorda: sei una sola. Non puoi sfuggire da te stessa” risuona come un monito tragico e inascoltato. Elisabeth, incapace di accettare il proprio invecchiamento naturale, sceglie la strada della negazione e paga il prezzo più alto possibile.
Il film ci interroga sui costi psicologici di una cultura che equivoca valore umano e aspetto fisico, mostrando come la ricerca della perfezione estetica possa diventare una forma di suicidio sociale e psicologico.
In un mondo che giudica le donne principalmente per il loro aspetto, The Substance ci ricorda che la vera mostruosità non è nell’invecchiamento, ma nell’incapacità di una società di vedere oltre la superficie.
La mascolinità tossica rappresentata nel film non è solo un elemento di contorno, ma una forza attiva nella distruzione dell’autostima femminile.
Solo riconoscendo e smantellando questi meccanismi oppressivi possiamo sperare di liberare le donne dalla prigione della perfezione e permettere loro di vivere una vita autentica, lontana dagli specchi deformanti della società contemporanea.
Articolo di: Ilaria Rizzelli





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