Il personaggio di Commodo è uno di quei villain rimasti nella storia del cinema, grazie anche all’interpretazione magnetica di Joaquin Phoenix.
È ispirato al reale imperatore romano, ma come ben noto è storicamente scarsamente accurato, preferendo esplorarne la dimensione psicologica e drammatica.
In questa analisi parleremo quindi del Commodo cinematografico, figura tormentata e tragica, un uomo schiacciato dal peso del padre e dalla fame d’amore mai saziata.
Commodo è un personaggio profondamente complesso. Un figlio incompreso, animato da desideri di gloria e di grandezza, ma costretto a vivere all’ombra di un padre imponente. Dentro di lui convivono il bisogno di accudimento e la sete di riconoscimento, la fragilità e la crudeltà, il bambino ferito e il tiranno assetato di potere.
Deliri di onnipotenza, sadismo e un’affettività ambigua sono le maschere che indossa per nascondere la propria solitudine.

Le origini
Commodo è il figlio di Marco Aurelio, uno dei più importanti e riconosciuti imperatori romani: l’imperatore filosofo.
Un uomo estremamente saggio, amante delle arti e alla filosofia ma al contempo sempre con l’esercito in marcia. Storicamente infatti, sotto la sua guida Roma fu impegnata in numerose campagne militari, soprattutto in territorio germanico.
Un padre diviso tra queste due caratteristiche: la saggezza e la violenza, che si chiede:
Mi chiedo come il mondo pronuncerà il mio nome negli anni a venire. Sarò ricordato come il filosofo? Il guerriero? Il tiranno? O l’imperatore che ha ridato a Roma la sua vera natura?
Futuro imperatore, Commodo cresce all’ombra di una figura paterna monumentale, con la costante angoscia di non esserne mai all’altezza. Marco Aurelio è un padre principalmente assente, più concentrato su sé stesso e sul bene di Roma che sui bisogni del figlio.
Nel film non vengono mai menzionati la madre o i fratelli di Commodo, ma solo la sorella Lucilla, figura centrale nella sua vita e simbolo di un amore al limite dell’incesto: un legame che mescola affetto, possesso e bisogno di consolazione.
La personalità
Commodo è portatore di un’enorme ferita, così importante da determinarne la personalità: la ferita del rifiuto. Un narcisista ferito che ha trasformato il suo profondo senso di fragilità in una facciata di crudeltà, maestosità e potere. Essenzialmente un bambino mai cresciuto.
Ossessionato dalla grandezza e dalla ricerca di ammirazione e potere da parte degli altri. Come se cercasse quella considerazione che è mancata quando era bambino.
Marco Aurelio lo considera un figlio immaturo, inadatto a governare. Lo dimostra uno dei dialoghi più emblematici:
Padre, mi sono perso la battaglia?
Commodo, tu ti sei perso la guerra!
Le attenzioni da lui così tanto ricercate vengono rivolte invece verso il generale Massimo, trattato dall’imperatore al pari di un figlio. Il generale che avrebbe voluto come erede.

È qui che nasce la frattura definitiva: Commodo proietta su Massimo tutto ciò che desiderava essere agli occhi del padre.
Massimo è il suo doppio, il suo gemello oscuro. Il Doppelgänger.
Uno celibe e impegnato in una relazione al limite dell’incesto, l’altro votato alla moglie e al figlio.
Uno sogna la gloria eterna, l’altro la pace dei campi.
Commodo rappresenta la visione Junghiana della personalità centrata sull’Io mentre massimo quella centrata sul Sé.
Quando Marco Aurelio sceglie Massimo come futuro imperatore, Commodo crolla. La gelosia, la rabbia e il senso di abbandono si fondono in un unico impulso distruttivo.
L’assassinio del padre non è un gesto politico, ma un grido disperato d’amore: se non può essere amato, sarà temuto.
Ogni suo atto successivo nasce da questa logica infantile: “Non posso averlo, allora lo distruggo.”
Commodo è poi ossessionato dai giochi gladiatori e, in più occasioni, lo si vede chiaramente estasiato dalla vista del sangue e della violenza all’’interno dell’arena (come né la celebre linguaccia).

La sua vulnerabilità si trasforma in crudeltà, scaricando le proprie pulsioni distruttive attraverso la vista dei corpi mutilati, delle battaglie.
Il linguaggio del corpo
Commodo non parla solo con la voce. Ogni gesto, ogni sguardo, ogni movimento tradisce l’abisso tra il ruolo che interpreta e la fragilità che tenta di seppellire. È un corpo in costante contraddizione: imperatore e bambino, maschera e ferita.
Lo sguardo è il suo primo linguaggio. Gli occhi di Commodo sono inquieti, sempre in bilico tra desiderio e paura. Quando fissa Massimo, si accende la fiamma della gelosia; quando guarda Lucilla, invece, si intravede la fame d’amore di un bambino che non ha mai ricevuto abbastanza.
La postura cambia con le emozioni. Accanto al padre è rigido, teso, costretto in un corpo che vuole apparire adulto ma non lo è. Davanti al popolo, si erge con fierezza, gonfio di sé, come se la postura potesse sostituire la fiducia che gli manca.
I simboli
Il simbolo più potente del personaggio sono i due colori delle sue armature: nero e bianco. L’assenza di luce e la somma di tutti i colori assieme. Uno l’opposto dell’altro, cosìm come il conflitto interiore che il personaggio vive.
L’armatura nera è quella che viene indossata per la maggior parte dell’opera mentre quella bianca nel combattimento finale nel colosseo
L’armatura nera
L’armatura nera è la corazza del tiranno. È la sua seconda pelle, il guscio dentro cui nasconde la fragilità del bambino che non vuole mostrarsi.
Il nero, colore dell’ombra junghiana, rappresenta tutto ciò che Commodo non riesce a integrare: la paura, il senso di inferiorità, la vergogna.
Indossandola, egli diventa l’immagine del potere assoluto, ma anche della separazione. È una barriera tra sé e gli altri, un confine che lo protegge e lo condanna alla solitudine.Un’identità difensiva.
L’armatura bianca
Nel duello finale con Massimo, Commodo indossa un’armatura bianca.
Una scelta che, sul piano simbolico, ha il valore di un confessione. Il bianco non è purezza, non in lui. È il colore del vuoto, della resa, dell’annientamento.
Dopo una vita passata a nascondersi nell’ombra, Commodo si espone alla luce per un’ultima volta. L’ultimo tentativo di purificarsi dal male.
Commodo, in quell’armatura chiara, sembra voler essere per un istante ciò che non ha mai potuto: degno, visto, ricordato. Ma la vittoria nell’arena non arriva e la candida armatura, macchiandosi di sangue, segna la fine dell’imperatore tiranno.


Conclusioni
Commodo è il ritratto perfetto di un individuo psicologicamente mai cresciuto, lo stesso bambino solo e ignorato di anni fa ma con i mezzi e il potere per guadagnare apparentemente i riscontri che tanto desidera.
Ma anche con tutta la gloria del mondo, nessuno potrà colmare quel vuoto che lo abita.
Nelle cronache storiche era un uomo ossessionato dalla grandezza: si fece erigere statue, si identificava continuamente con l’eroe mitologico Ercole, combatteva nel Colosseo contro gladiatori con spade smussate per alimentare il mito di sé.
Nel film, la dimensione simbolica resta la stessa: un uomo che cerca disperatamente di essere amato attraverso la paura e l’adorazione.
Lucilla è l’unico legame affettivo che gli rimane, ma anche lei finirà per tradirlo, lasciandolo di nuovo solo. E così, quando l’ultimo scontro con Massimo si consuma nell’arena, ciò che vediamo non è la fine di un tiranno, ma di un bambino che implora di essere visto.
Osservata dalla sua prospettiva, la sua epopea contro massimo è quella di un uomo fatto di peccati che vuole sconfiggere la propria ombra fatta di virtù. Un ribaltamento totale del viaggio dell’eroe che porterà infine all’annientamento totale di entrambe le parti.
Ma mentre Massimo sarà portato via come leggenda, Commodo resterà a terra, dimenticato.
E il suo corpo abbandonato nell’arena è l’immagine più triste di tutte, quella di un figlio che, per tutta la vita, ha cercato solo un abbraccio.
Articolo di Matteo Novi





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