Opus, venera la tua stella (2025) Come il carisma diventa controllo nei media

Regia: Mark Anthony Green
Anno: 2025
Genere: Thriller
Produzione: A24


Alfred Moretti, celebre popstar che ha segnato intere generazioni, torna dopo oltre 20 anni di silenzio con un nuovo album. Per annunciarlo, invita un ristretto gruppo di giornalisti, critici e influencer in un misterioso ranch isolato. Tra loro c’è la giovane Ariel, motivata ma ignara che l’evento nasconda oscuri segreti. Presto, gli invitati scoprono che il culto della celebrità può trasformarsi in una trappola manipolatoria, e che il ritorno di Moretti è molto più inquietante di quanto sembri.

L’analisi di CinePsyco

Perle ai devoti: musica, carisma e l’ossessione per la celebrità

C’è stato un cambio di paradigma nel modo di essere “fan” tra il Novecento e il nuovo millennio. Cantanti e attori, negli anni ’70, ’80, ’90, erano vere e proprie Star: brillavano anni luce dal pubblico e le uniche occasioni per vederle da vicino erano il caso o un concerto.

Oggi è tutto diverso: quello dei fandom è un mondo che muove miliardi tra convention, festival e innumerevoli modi per vivere pochi minuti a contatto con il proprio mito. Un meet & greet, una foto, un autografo e magari una battuta, e ci si illude di far parte della sua vita.

Ma è un’illusione. Nell’epoca in cui nulla si può nascondere, se sei famoso, sapere è diventato (quasi) un diritto. Entrare nella vita di un personaggio da copertina, sebbene da spettatori, alimenta un’ossessione che crea relazioni parasociali. Chi “ce l’ha fatta” diventa l’archetipo del Sé ideale con cui nutriamo il nostro inguaribile senso di solitudine e di non essere abbastanza.

Mark Anthony Green, redattore di GQ prima di dirigere Opus: Venera la tua stella (2025), coglie questa essenza e trasforma il suo esordio (catalogato come horror/musical) in una satira feroce del suo stesso mondo. Ambientato nel deserto dello Utah, mostra come l’illusione di “esserci” può diventare un incubo collettivo.

La dottrina delle perle: quando il merito diventa dogma

L’antidoto a questo dolore silenzioso è Alfredo Moretti, star della musica, magistralmente interpretato da John Malkovich, che ricompare sulla scena dopo trent’anni di totale silenzio.

L’annuncio del suo nuovo disco Caesar’s Request basta a riportarlo in auge, ma la star decide di concedere solo a pochi giornalisti eletti l’anteprima dell’ascolto, in un soggiorno esclusivo e lussuoso nel suo isolato ranch nel deserto. Non è (solo) una setta: è un’azienda religiosa del talento.

Il simbolismo delle perle è potente e Moretti stesso lo esplicita: non tutte le ostriche contengono perle, sono creazioni rare che nascono da una reazione biologica al dolore. La metafora biologizza il merito, giustifica gerarchie e privilegi con un’eleganza pericolosa.

Quella di Moretti è una religione politeista in cui gli dèi sono coloro che offrono arte al mondo (rari) di cui la star del pop si sente demiurgo. Il simbolo della perla funziona su tre piani: la trasmutazione del dolore in arte come ferita sublimata; l’elitismo di “poche perle, molti gusci”; l’ingiunzione morale del “non gettare le perle ai porci”, ovvero il disprezzo programmato per i non eletti.

È una mistica meritocratica che spiritualizza il privilegio, ricordandoci l’amara verità: l’uguaglianza non esiste in società.

Il giornalismo d’accesso: quando l’esclusiva ti rende devoto

La modalità con cui Moretti invita i giornalisti mette subito in luce un’intramontabile dinamica di potere: manipolazione tramite esclusiva.

Fa leva sul bisogno di sentirsi parte di qualcosa di “storico”, in altre parole, potersela giocare con un “io c’ero”. L’anteprima privata promette un posto nella Storia, ma il prezzo è il dubbio professionale.

L’accesso esclusivo genera dissonanza cognitiva: per restare dentro, giustifichi le regole, addolcisci i red flag, firmi pezzi che invece di smontare il mito lo consacrano. È forse la tesi più velenosa del film: l’industria dell’accesso trasforma i media in clero laico dell’artista.

Quello che sembra un invito irresistibile si trasforma in un incubo etico.

Venezia e il paradosso dell’accesso.

Il sistema dei junket da 5–10 minuti, sempre più ibridato con formati social-first, confonde la linea tra intervista e momento fan.

Quando l’accesso diventa la notizia, l’editoriale perde ossigeno: domande addomesticate, storytelling di backstage, centralità della “persona” più che dell’opera. Non è colpa dei singoli (spesso giovani, sottopagati e sotto pressione), ma di un modello che premia la clip virale sull’analisi.

Nell’ultimo biennio a Venezia più gruppi di critici hanno segnalato scarso accesso ai talent fuori da conferenze e passerelle; parallelamente, altri grandi festival hanno stretto partnership e competizioni con piattaforme social (si pensi a Cannes x TikTok), segnalando uno spostamento strutturale verso la logica della clip e dell’engagement.

Se i festival riducono gli spazi di interviste reali o li veicolano su corridoi PR-centrici, il giornalismo culturale si assottiglia e il pubblico riceve intrattenimento al posto di accountability.

Ariel (Ayo Edebiri) è l’unica a intravedere le storture e le contraddizioni. È la più giovane e forse la più insoddisfatta: desidera essere vista, fare il salto dalla “plebe” mediocre all’olimpo dei creativi riconosciuti. È il profilo perfetto per osservare come ambizione e identità vicaria (vivere attraverso l’aura dell’altro) rendano vulnerabili alla manipolazione. Il suo conflitto, essere vista versus dire la verità, spiega perché tanti pezzi sulla musica, invece di critica, fanno PR inconsapevole.

Neanche a farlo apposta, il mito fondativo del culto è il racconto di Cesare e i pirati: legittima la violenza come mezzo educativo e funge da catechismo. La vera nobiltà si afferma dominando, anche attraverso la violenza “educativa”.

Musica come liturgia e dispositivo di controllo

Le canzoni nel film non sono solo colonna sonora: sono rituali di sincronizzazione emotiva. Ripetizione, slogan, ambienti controllati trasformano la musica in strumento di appartenenza che sospende l’analisi critica. La domanda che il film pone è se il progetto musicale di Moretti regga davvero la promessa del suo carisma o se sia un facsimile patinato al servizio della dottrina.

Il film suggerisce entrambe le possibilità e in quell’ambiguità risiede il suo fascino. Alcune scelte registiche usano spazio e suono per produrre assorbimento attentivo: quando l’ambiente ti possiede, chiami “carisma” ciò che è set design e sound design ben orchestrati.

Panopticon pop: controllo, sorveglianza, autocensura

L’assetto organizzativo del ranch è un ibrido tra Grande Fratello orwelliano e Panopticon foucaultiano: telecamere ovunque e occhi sempre attenti dove le camere non arrivano. Il controllo esterno diventa autocensura; i “Livellisti” (concierge-seguaci) affiancano ogni ospite senza lasciarlo mai solo, trasformando l’accesso in dipendenza.

Luci e ombre di una critica necessaria

Nessun fan dovrebbe incontrare personalmente il proprio idolo: rischia di scoprire che è “solo” un uomo, con fragilità ben nascoste da un ego grandioso. Opus non abbatte il tempio della celebrità: illumina il trucco dell’altare. E ci costringe a una domanda scomoda: quante firme, pur di “entrare”, hanno già benedetto un talento solo discreto?

Se il film manca un po’ di coraggio, è nel non spingere fino in fondo la sua idea più radicale: la creatività come religione classista. La punizione degli eterodossi resta meno esplorata della promessa agli eletti. Dove invece morde davvero è nel rivelare la fame di accesso come leva psicologica che allinea fan e giornalisti sotto lo stesso altare, trasformando il desiderio di prossimità al potere in complicità inconsapevole.

In un’epoca in cui le relazioni parasociali dominano il panorama mediatico e l’accesso esclusivo è merce di scambio, Opus: Venera la tua stella offre uno specchio spietato su quanto siamo disposti a sacrificare della nostra integrità pur di sentirci parte della storia che conta. (Per un inquadramento classico delle relazioni parasociali, vedi Horton & Wohl.)

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