Quando nel 2009 uscì “The Orphan” di Jaume Collet-Serra, il pubblico rimase scioccato dal colpo di scena finale: Esther, la bambina di nove anni adottata dalla famiglia Coleman, era in realtà Leena Klammer, una donna di 33 anni affetta da ipopituitarismo, un raro disturbo ormonale che aveva bloccato la sua crescita fisica. Un’idea così inquietante da sembrare pura fantasia hollywoodiana, eppure, la realtà aveva già superato l’immaginazione.

L’ispirazione: Il Caso Barbora Skrlová
Il film si ispirò al caso mediatico del 2007 di Barbora Skrlová, una donna cecoslovacca di 34 anni che, sfruttando la sua bassa statura causata da ipopituitarismo, si spacciò per una bambina di nome Annika.
Skrlová manipolò Klara Mauerová, una madre con gravi problemi psichiatrici, convincendola che i suoi due figli fossero indisciplinati e meritassero punizioni sempre più severe, fino a farli incatenare e affamare in cantina. Quando i vicini allertarono la polizia e i bambini furono liberati, Barbora riuscì a fuggire dall’orfanotrofio dove era stata sistemata. Con l’aiuto di complici, assunse l’identità di “Adam”, un ragazzo norvegese di 13 anni, fasciandosi il petto e rasandosi la testa.
Fu scoperta solo mesi dopo, quando le autorità ceche si resero conto che “Annika” era scomparsa. Il film “The Orphan” trasformò questa vicenda in un thriller psicologico estremo: Esther/Leena diventa una serial killer che seduce i padri adottivi, per poi uccidere le famiglie che l’hanno accolta.
Il personaggio indossa nastri al collo e ai polsi per nascondere le cicatrici delle camicie di forza, ha denti protesici da bambina e dipinge scene inquietanti che, a ben vedere, rivelano la sua vera natura.
La sceneggiatura di David Leslie Johnson amplifica ogni elemento per creare terrore puro, sacrificando la verosimiglianza sull’altare dell’intrattenimento horror.
Quando la realtà si scontra con la fantasia: la triste storia di Natalia Grace
Ironicamente, un anno dopo l’uscita del film, nel 2010, la famiglia Barnett dell’Indiana adottò Natalia Grace, una bambina ucraina di sette anni con displasia spondiloepifisaria congenita, una forma rara di nanismo. Secondo i documenti ucraini, Natalia era nata il 4 settembre 2003.
Ben presto, Kristine e Michael Barnett cominciarono ad avere dubbi sull’età della figlia, sostenendo che Natalia avesse peli pubici, mestruazioni, una dentatura da adulta e comportamenti violenti, come minacciare di uccidere i loro figli biologici.
Ad un certo punto, l’avrebbero trovata con un coltello in mano accanto al loro letto, per poi tentare di avvelenare il caffè di Kristine. Nel 2012, i Barnett ottennero da un tribunale la modifica legale dell’anno di nascita di Natalia dal 2003 al 1989, rendendola maggiorenne.
Nel 2013, la coppia sistemò Natalia in un appartamento a Lafayette, Indiana, e si trasferì in Canada con i figli biologici, lasciandola sola. Natalia aveva circa dieci anni.


Good American Family: la prospettiva narrativa
La serie Hulu del 2025 “Good American Family”, con Ellen Pompeo nel ruolo di Kristine Barnett e Imogen Faith Reid come Natalia, adotta una struttura narrativa innovativa in stile Rashomon.
I primi quattro episodi seguono la prospettiva dei Barnett, presentando Natalia come una presenza inquietante e potenzialmente pericolosa, con elementi che ricordano proprio “The Orphan”.
A metà stagione, però, la serie cambia radicalmente punto di vista, mostrandoci Natalia come quella che realmente era, ovvero una bambina con bisogni speciali, dolore cronico e limitazioni fisiche, abbandonata in un appartamento dove non era impossibilitata a raggiungere i fornelli, gli scaffali o la cassetta della posta.
Di fatto, una minore che non sapeva usare un apriscatole e mangiava pasta cruda dalla scatola. Una vittima, non un mostro.
A differenza del film, che spettacolarizza la storia per farne un prodotto horror, la serie esplora temi complessi: il pregiudizio inconscio verso le persone con disabilità, la cultura tossica delle “mamme influencer” ossessionate dall’immagine pubblica e come le narrazioni possono essere manipolate a seconda di chi le racconta.

Il verdetto della scienza
Nel 2023, test del DNA e analisi mediche confermarono che Natalia aveva effettivamente circa 22 anni al momento del test, il che significa che aveva sette anni quando fu adottata e dieci quando fu abbandonata.
Le accuse di abbandono contro i Barnett furono poi archiviate o concluse con assoluzioni per ragioni tecniche legate alla modifica dell’età. Oggi Natalia vive con la famiglia DePaul nello stato di New York e la sua data di nascita è stata legalmente ripristinata al 2003.
Conclusione
Dall’horror fantasioso di “The Orphan” al dramma documentato di “Good American Family”, queste storie ci costringono a interrogarci sui nostri pregiudizi e su quanto facilmente possiamo credere alle narrazioni che confermano le nostre paure.
Barbora Skrlová era reale.
Natalia Grace è reale.
Ma forse il vero mostro, in entrambi i casi, non era chi sembrava inizialmente.
Articolo di Ilaria Rizzelli
Sono Ilaria, una studentessa magistrale in Psicologia Clinica e Dinamica con una fissazione (più sana che patologica, promesso) per il modo in cui il cinema racconta la mente umana. Ho 33 anni e sono da sempre affascinata da come una scena, una battuta o uno sguardo possano dire più di mille pagine di teoria psicologica. Qui provo a fare proprio questo: unire il linguaggio della psiche a quello del grande schermo. Analisi scientifiche sì, ma senza l’aria polverosa dei manuali: preferisco raccontare i concetti attraverso storie, personaggi e dinamiche che tutti conosciamo. Mi occupo soprattutto di trauma, emozioni e relazioni complesse, quelle zone grigie dove la psicologia incontra le scelte dei registi e il cuore degli spettatori.





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