Regia: Hirota Yusuke
Sceneggiatura: Akihiro Nishino
Anno: 2026
Genere: Animazione
In Chimney Town: Frozen in Time, il giovane spazzacamino Lubicchi è in lutto per la scomparsa dell’amico Poupelle. Cercando di recuperare il suo braccialetto, cade in una fontana e si ritrova nella misteriosa Fortezza del Millennio, il regno incantato che governa le regole del tempo.
Aiutato dal gatto parlante Fluff, Lubicchi scopre che per tornare a casa deve riavviare l’enorme orologio della torre centrale, misteriosamente fermo alle 11:59 da un secolo. Incontrando figure affascinanti come il malinconico custode Gus e lo spirito Nagi, il ragazzo affronta un toccante viaggio interiore: per rimettere in moto le lancette del mondo, dovrà prima curare il proprio cuore spezzato e ritrovare la speranza.
Informazioni sul film
Entotsumachi no Poupelle – Yakusoku no Tokeidai, conosciuto in Occidente come Chimney Town: Frozen in Time, ha fatto il suo debutto internazionale alla 76ª edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino, nel febbraio 2026, selezionato nella prestigiosa sezione Generation, dedicata al cinema di qualità rivolto alle nuove generazioni.
La sua presenza alla Berlinale non è passata inosservata: il film ha catturato l’attenzione della critica internazionale per la sua rara capacità di intrecciare poesia visiva, profondità filosofica e una storia capace di toccare tanto i bambini quanto gli adulti.
La recensione di Cinepsyco
Il film è tratto dall’opera dell’artista e scrittore giapponese Akihiro Nishino, personaggio eclettico e controverso in Giappone: già membro del celebre duo comico King Kong, ha lasciato il mondo dello spettacolo per inseguire la sua vera passione: la narrativa illustrata. Nishino ha pubblicato un libro intitolato Ningen no Gomi (“Essere umano spazzatura”), in cui racconta come l’intero Giappone lo deridesse per i suoi sogni artistici. In questa chiave, la saga di Poupelle non è semplicemente un racconto di fantasia, ma diventa un manifesto autobiografico.
Il primo film, Poupelle of Chimney Town (2021), racconta la storia di Lubicchi, un bambino che vive in una città avvolta da un fumo così antico e denso che nessuno ha mai visto il cielo — e chi osa credere nelle stelle viene perseguitato dagli Inquisitori del regime. Il nome del padre di Lubicchi non è un caso: si chiama Bruno, chiaro rimando a Giordano Bruno, il filosofo bruciato vivo nel 1600 per aver sostenuto l’esistenza di un universo infinito. Il messaggio del primo film è scolpito in una frase sola, cuore pulsante dell’intera opera di Nishino: “Continua a crederci. Anche se resti solo.”

Il Sequel: quando il tempo si congela
Con il sequel, Nishino compie una svolta coraggiosa. Se il primo film gridava “vai avanti, prendi ciò che vuoi”, il secondo sussurra qualcosa di più difficile: impara ad aspettare. Sii paziente. Fidati del tempo.
Lubicchi ha perso il suo amico Poupelle, il golem di spazzatura dal cuore puro che lo aveva aiutato a scoprire le stelle e non riesce ad andare avanti. Il cielo è finalmente visibile sulla Città dei Camini, ma lui non riesce a gioire, è rimasto indietro, bloccato nel momento della perdita.
Il film ci trasporta in un regno misterioso governato dalla figura archetipica di Hora, custode del tempo, dove barche guidate da corrieri animali consegnano orologi luminosi, ciascuno inciso con il nome del suo proprietario.
Ogni orologio è una vita e ogni vita, prima o poi, smette di scorrere. Al centro di tutto c’è una Torre dell’orologio il cui quadrante è fermo alle 11:59, il minuto prima della mezzanotte, l’attimo prima del cambiamento. Questa immagine è di una potenza simbolica straordinaria: le 11:59 rappresentano il limbo dell’anima che non riesce né a dimenticare né ad andare avanti, sospesa nell’istante più vicino alla trasformazione senza il coraggio di attraversarla.
In chiave psicologica, è la forma più riconoscibile del lutto cristallizzato: quella condizione in cui il dolore congela il soggetto nell’attimo della perdita, mentre il mondo continua a girare senza di lui. Il film risponde a questa condizione non con un invito a dimenticare, ma con qualcosa di più sottile, ovvero l’esempio del vecchio orologiaio Gus, che ha aspettato cento anni mantenendo fede a una promessa.

Non si è fermato, ha atteso, con la certezza silenziosa che ciò in cui credeva si sarebbe avverato. È un’idea vicina al concetto buddhista di mujo (無常), l’impermanenza come legge fondamentale del divenire: resistere al fluire del tempo non è fedeltà, è sofferenza. Non bisogna solo struggersi per qualcosa che è finito, ma accettare il processo di trasformazione incessante.
Quando Lubicchi trova il coraggio di lasciare che le lancette si muovano, di attraversare la mezzanotte, il miracolo accade. Il meccanismo non è stato riparato, semplicemente, qualcuno ha deciso di smettere di resistere alla vita. Fare ripartire l’orologio non è un gesto meccanico, è un atto di fede. Lo stesso atto con cui, nel primo film, un bambino aveva alzato gli occhi verso un cielo di fumo convinto che da qualche parte, oltre quella cappa grigia, ci fossero le stelle.
Articolo di Ilaria Rizzelli
Sono Ilaria, una studentessa magistrale in Psicologia Clinica e Dinamica con una fissazione (più sana che patologica, promesso) per il modo in cui il cinema racconta la mente umana. Ho 33 anni e sono da sempre affascinata da come una scena, una battuta o uno sguardo possano dire più di mille pagine di teoria psicologica. Qui provo a fare proprio questo: unire il linguaggio della psiche a quello del grande schermo. Analisi scientifiche sì, ma senza l’aria polverosa dei manuali: preferisco raccontare i concetti attraverso storie, personaggi e dinamiche che tutti conosciamo. Mi occupo soprattutto di trauma, emozioni e relazioni complesse, quelle zone grigie dove la psicologia incontra le scelte dei registi e il cuore degli spettatori.





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