L’umanizzazione del mostro moderno nel cinema horror.

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I mostri hanno da sempre abitato gli incubi dell’uomo, da quello che dormiva nelle grotte a quello che scrolla reel sullo smartphone. E il cinema horror da sempre accompagna i mostri mano nella mano dagli schermi fino a dentro i nostri salotti. Ma i mostri sono sempre uguali? Sanguinari, terribili e privi di ogni umanità? No. E sapete perché no? Perché i mostri dipendono da noi, dal nostro periodo storico, dal modo in cui percepiamo noi stessi, gli altri, il mondo.

E se quindi il mostro degli anni ’50 rifletteva la paura del nucleare e dell’infiltrazione del diverso in opere come Godzilla o La Cosa da un altro mondo, il mostro di oggi riflette chi siamo oggi.

Una società capace di distinguere le contraddizioni e le difficili sfumature dell’animo umano. Una società sempre più vicina ai concetti della psicologia e della terapia, una società orientata alla scoperta del diverso più che al suo allontanamento. Una società

Il mostro diventa quindi più umano, più vivo, non più malvagio per natura ma a causa del suo percorso di vita, dei suoi traumi. Un mostro che ci costringe ad empatizzare con lui, portandoci al punto di domandarci se, nelle stesse circostanze, anche noi saremmo diventati altrettanto mostruosi.

Se siete arrivati fin qui a leggere prometto che non vi annoierò con pesanti teorie psicologiche e sociologiche; voglio solo portarvi a riflettere su questo concetto, sull’umanizzazione dei mostri degli ultimi horror, attraverso una lente. E che lente possiamo usare se non quella del cinema?

Precisamente: In a Violent Nature (2024) di Chris Nash, Frankenstein (2025) di Guillermo del Toro, Dracula – L’amore perduto (2025) di Luc Besson e 28 anni dopo – Il tempio delle ossa (2025) di Nia DaCosta.


In a Violent Nature, l’inizio di tutto.

Potremmo dire che tutto iniziò nel 2024 con uno slasher originale e coraggioso, partito, come ogni migliore sceneggiatura, da un “e se…”.

 E se lo slasher di turno fossimo proprio noi? Nessuna final girl, nessun jump-scare: siamo proprio noi, da dietro le spalle del massiccio Johnny, a portare morte e distruzione. Un primo tentativo di metterci nei panni del mostro, che è sì crudele e spietato, ma è prima di tutto vittima. Un giovane affetto da disturbi psicologici, ucciso da uno scherzo crudele. Empatizzando con il killer, i ragazzi allora non sono più innocenti vittime, ma fastidiosi intrusi che hanno rubato la sua medaglietta, profanando il suo riposo.


Frankenstein, l’outsider.

Chi è la povera Creatura se non un emarginato? Portato alla vita da pezzi di cadaveri dal visionario dottor Frankenstein e poi abbandonato a causa del suo aspetto mostruoso. Per capire meglio la povera Creatura ci viene in aiuto la psicologia sociale e i suoi studi sui gruppi.

Da sempre gli esseri umani dividono il mondo in “noi” (In-group) e “loro” (Out-group). Storicamente, il mostro ha sempre rappresentato l’Out-group estremo: lo straniero, il deviante. Ma negli ultimi decenni, il discorso pubblico e sociologico si è concentrato enormemente sull’inclusione, sulla decostruzione dei pregiudizi e sulla difesa delle minoranze. Quindi il “diverso”, la Creatura di Frankenstein, viene percepito come uno di noi: incluso, ascoltato e capito.


Dracula,
il lutto inaccettabile

Se l’umanizzazione di Johnny avviene principalmente grazie alla telecamera, e quella della Creatura grazie al nostro cuore, quella del Dracula di Caleb Landry Jones avviene attraverso la mente.

Lui è figlio dei propri traumi, primo tra tutti quello della perdita della propria amata, e chi di noi è privo di traumi?

Ve lo dico io: nessuno!

E soprattutto, se lui è diventato così a causa degli stessi traumi che ci accompagnano, come possiamo condannarlo per questo?

Tale fenomeno viene definito empatia cognitiva (capisco perché lo fai). Questo concetto entra però in conflitto con il disgusto e il terrore per le azioni da lui compiute, creando quella che i cervelloni definiscono dissonanza cognitiva.

Lo spettatore è combattuto tra il terrore per le azioni del mostro e la comprensione delle sue motivazioni, e finisce per risolvere questo cortocircuito giustificandolo.

È come quando il vostro migliore amico vi porta al ristorante all you can eat di sushi che applica la spietata regola: “paghi una penale per tutto quello che avanzi”.

In un impeto di fame cieca lui ha ordinato troppi piatti e adesso sta soffrendo, combattendo contro il suo corpo per non lasciare gli ultimi uramaki.

A questo punto, disperato, inizia a compiere un atto oggettivamente riprovevole: inizia a nascondere le palline di riso avanzate nei tovaglioli di carta, per poi infilarsele di soppiatto nelle tasche del cappotto pur di sfuggire alla penale di 10 euro.

Da un lato (empatia cognitiva) gli vuoi bene e capisci perché lo fa, dall’altro sai perfettamente che sta infrangendo le regole del locale in modo infantile.

La tua mente è costretta a trovare una scappatoia logica: “30 euro per un all you can eat, se lo meritano!”.

E lo stesso facciamo con il principe delle tenebre. Pur sapendo che le sue azioni sono mostruose, ne comprendiamo la sofferenza e finiamo per giustificarlo: sappiamo che bere sangue umano è mostruoso, ma capiamo la sua fame.


28 Anni dopo il tempio delle ossa,
la redenzione

Altro film, altro mostro umanizzato, altro regista che gioca con la nostra empatia.

Qui i ruoli logici si ribaltano: Samson, il mostro che smembra gli umani a mani nude, è in realtà un uomo in preda al suo stesso disturbo mentale, e che solo grazie alla relazione terapeutica con il Dott. Kelson ritroverà se stesso. Relazione non fredda e sterile, ma ricca di dialogo (seppur unilaterale) ed emozioni.

Una vera e propria psicoterapia!

Al contrario, Jimmy Crystal, seppur mantenendo tutta la sua natura umana non intaccata dal virus, è malvagio, sadico e crudele.

La tensione che proviamo guardando le interazioni, a tratti bucoliche e pacifiche, tra Kelson e Samson è immensa. Sappiamo fisicamente di cosa è capace un Alpha, ma proviamo un senso di cura e tenerezza per la sua inaspettata vulnerabilità emotiva. Al contrario, ogni volta che la macchina da presa si sposta sui ragazzini “sani” di Jimmy Crystal, proviamo solo puro disgusto e ansia.

Samson è il diverso che, nonostante le atrocità commesse, riesce a redimersi, trovando di nuovo il suo posto nel mondo e la sua umanità. I Jimmies, invece, diventano i veri mostri.

In questo quadro il virus della Rabbia ci appare quasi come una condizione preferibile alla follia lucida e consapevole dei sopravvissuti umani.


Che siano esclusi, folli o semplicemente tristi, i mostri moderni appaiono più di ogni altra cosa soli. Così come l’uomo moderno, nonostante viva nell’epoca della massima interconnessione tecnologica.

Il nostro breve viaggio tra i mostri finisce qui. E, tra cocktail di sangue e corpi smembrati, abbiamo capito una verità per niente scontata: i mostri del cinema siamo noi. Con i nostri traumi, le nostre contraddizioni, le nostre sfumature.

Potremmo dire che il mostro moderno corrisponde all’uomo contemporaneo: empatico, inclusivo, ma solo.

L’eroe è l’uomo del passato: rigido, dogmatico e poco incline alla compassione.

E se i mostri siamo noi e gli eroi sono i mostri, chi merita di vincere il confronto ?

Articolo di Matteo Novi

Sono Matteo, appassionato di cinema da quando Massimo Decimo Meridio era comandante dell’esercito del Nord e generale delle legioni Felix. Si lo so, non è storicamente accurato, ma continua ad essere il mio film preferito. Ho 27 anni e sono originario di Roma anche se mi sono trasferito anni fà e ora vivo ai confini della penisola. Scrivo recensioni e analisi con grande foga e mi gaso quando le reputo ben riuscite. Tratto con piacere diversi generi ma ho una passione particolare per il genere horror colpa di Rob Zombie, che mi ha insegnato che a volte il cinema sa essere folle e irresistibile… un po’ come lui. Scrivo analisi contorte su film tirando in mezzo mitologia, psicologia, religione, per poi alla fine rileggerle tutto soddisfatto e pensare:”probabilmente dovrei farmi vedere io da uno bravo, ma intanto eccoci qui.” Non prendetemi troppo sul serio: a volte esagero, a volte mi perdo nei meandri di me stesso… ma se siete ancora qui a leggere, probabilmente anche voi non siete messi benissimo !

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