Tre giovani creativi della provincia di Lucca, ideano e compongo il cortometraggio Juggernaut, della durata di 20 Minuti (clicca qui per leggere la nostra recensione). Oltre alla sceneggiatura dell’opera i tre hanno curato le seguenti parti:
- Daniele Ricci: fotografia e regia.
- Emanuele Ricci: regista
- Eugenio Krilov: attore protagonista

DANIELE RICCI
L’elmo rotto che scopre metà del volto del protagonista crea un’interessante asimmetria visiva, con un vincente contrasto di luci che esalta l’espressività del protagonista. C’è stato un lavoro particolare per esaltare la resa di quelle scene?
La scelta dell’elmo spezzato a metà nasce per due ragioni. Prima di tutto, desideravamo creare un personaggio che fosse in qualche modo iconico, riconoscibile attraverso una peculiarità. Il secondo motivo è perché volevamo valorizzare la capacità espressiva dell’attore, Eugenio, visto che con un elmo integrale, nella scena del combattimento, sarebbe stata completamente perduta.
EMANUELE RICCI
Juggernaut è costruito come un rituale, letteralmente e cinematograficamente. C’è una progressione quasi liturgica: il viaggio, il grimorio, il mostro, il sangue, il sacrificio. Quando avete scritto la sceneggiatura, avete ragionato in termini di ‘stazioni’ narrative come in una via crucis, o questa struttura rituale è emersa organicamente durante la lavorazione?
Le fasi del viaggio, gli ostacoli in cui si imbatte il protagonista e i procedimenti del rituale erano già presenti in fase di script. Tutto è basato su diversi step, narrativi ed emotivi, che deve affrontare il personaggio. Certamente, però, durante la lavorazione, le situazioni e l’atmosfera che si respirava sul set, uniti ai bellissimi luoghi in cui giravamo, hanno contribuito ad arricchire di dettagli ogni fase del racconto, andando anche a modificare alcune scene.
EUGENIO KRILOV
Recitare senza dialoghi, talvolta con il volto parzialmente coperto e dovendo comunicare solo attraverso il corpo in un’armatura: quali riferimenti hai cercato per costruire la fisicità del personaggio? C’è stato un momento durante le riprese in cui hai sentito che l’armatura non era più un costume ma era diventata parte della tua pelle?
I riferimenti per costruire questo personaggio sono stati diversi e molteplici. Uno su tutti è il Leonardo DiCaprio di The Revenant, per quella disperazione e quella determinazione umana che emergono nelle scene più emotive. Per quanto riguarda invece l’epica e l’energia del personaggio, il parallelismo più naturale è con i supereroi, in particolare Batman.
L’armatura è sempre stata un elemento integrante del processo creativo. Pesando circa 30 kg in totale, inevitabilmente crea un legame molto forte con ciò che stai interpretando, soprattutto quando la indossi per dieci ore di fila. Finisci per avvertire una sensazione strana sul corpo: anche a fine giornata, quando sei a letto, hai ancora la percezione di averla addosso. È stata una delle situazioni più curiose e simpatiche di quel piccolo delirio post-riprese.

DOMANDE AI TRE AUTORI
Quali opere culturali hanno influenzato la creazione del vostro cortometraggio? Avete tratto ispirazione da arti differenti come il mondo videoludico o quello letterario?
Possiamo dire di esserci ispirati da campi artistici diversi fra loro, dal mondo videoludico al cinema e alla letteratura. Per quello che riguarda la filmografia, ci sono stati di grande ispirazione opere come “Alien” o “The Head Hunter”. Essendo tutti e tre appassionati di videogiochi, per le atmosfere abbiamo attinto elementi da titoli come “Dark Souls” e “Elden Ring”. Infine, la creatura presente nel corto è modellata sugli incubi dell’universo Lovecraftiano.
Il rosso cremisi della coperta che avvolge il corpo è l’unico colore ‘caldo’ in una palette dominata da blu e grigi. Quando avete deciso che questo sarebbe stato l’unico elemento cromatico a rompere la freddezza visiva del film? E cosa rappresenta per voi quel rosso?
Il rosso è stato scelto perché doveva spiccare sulla scena e contrapporsi al mantello blu indossato dal protagonista.
Inoltre, il rosso ha una doppia valenza: da un lato, rappresenta la passione e l’oggetto del desiderio; dall’altro, simboleggia il sangue e la violenza cieca a cui il protagonista sarà spinto, pur di riavere ciò che ha perduto.
Le ambientazioni di Juggernaut contribuiscono in modo decisivo all’atmosfera del corto. Come avete scelto i luoghi e quali criteri hanno guidato questa selezione?
La ricerca delle location è durata complessivamente sei mesi. Il nostro obiettivo era riscoprire i luoghi nascosti della Toscana e selezionare ciò che potesse servire al meglio la storia. Abbiamo alternato giornate intere al computer, dedicate a ricerche individuali, a un confronto diretto con escursionisti e gruppi di trekking, che ci hanno messo a disposizione la loro conoscenza del territorio. Questo lavoro combinato ci ha permesso di esplorare ogni angolo della regione e individuare ambientazioni non solo suggestive, ma capaci di contribuire in modo autentico all’atmosfera del corto.
Articolo di: Ilaria Rizzelli
Matteo Novi





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